CALDO… Un confronto diretto e acceso: Serena Bortone e Rosanna Lambertucci, scontro su donne e lavoro. Parole taglienti, visioni opposte e un dibattito che divide il Paese
Il clima è subito teso. Non c’è spazio per i sorrisi di circostanza né per le formule diplomatiche. Quando Serena Bortone e Rosanna Lambertucci si trovano una di fronte all’altra per discutere di donne e lavoro, è chiaro fin dai primi minuti che non sarà un confronto pacato. Le posizioni sono distanti, le esperienze diverse, le letture della realtà quasi opposte. E proprio per questo, il dibattito si trasforma rapidamente in un caso mediatico e sociale.

Non si tratta di una semplice divergenza di opinioni, ma di due visioni del mondo che si scontrano frontalmente: da un lato l’idea di un sistema che continua a penalizzare le donne, dall’altro una lettura più individuale del successo e delle difficoltà professionali. Il pubblico assiste, si schiera, commenta. E la discussione esce dallo studio per invadere i social, le redazioni, le conversazioni quotidiane.
Due figure simbolo, due generazioni a confronto
Serena Bortone rappresenta una voce critica, attenta alle dinamiche di potere, alle disuguaglianze strutturali, ai meccanismi spesso invisibili che condizionano la carriera delle donne. Il suo linguaggio è diretto, a tratti provocatorio, ma sempre ancorato a una visione sistemica del problema.
Rosanna Lambertucci, invece, incarna un approccio più tradizionale, legato all’esperienza personale, al valore dell’impegno individuale e alla convinzione che le opportunità esistano per chi è disposto a coglierle. Una posizione che molti leggono come rassicurante, altri come distante dalla realtà di oggi.
Lo scontro non è solo tra due donne, ma tra due epoche, due culture del lavoro, due modi di interpretare il ruolo femminile nella società contemporanea.
Le parole che accendono la miccia
Il momento di maggiore tensione arriva quando il discorso si sposta sul tema delle responsabilità. Bortone parla apertamente di ostacoli strutturali, di carriere interrotte dalla maternità, di discriminazioni sottili ma persistenti. Sottolinea come il talento femminile venga spesso messo alla prova più di quello maschile, costretto a dimostrare il doppio per ottenere la metà.
Lambertucci ribatte con fermezza, mettendo in guardia da quella che definisce una “narrazione vittimistica”. Secondo lei, insistere solo sulle difficoltà rischia di indebolire le donne, di sottrarre loro agency e responsabilità. “Il lavoro è sacrificio, per tutti”, è il senso del suo intervento, che provoca reazioni immediate e contrastanti.
Il tono si alza. Le parole diventano più affilate. Non c’è aggressività personale, ma la distanza tra le due posizioni si fa evidente, quasi inconciliabile.
Il pubblico si spacca
Come prevedibile, il confronto divide profondamente il pubblico. Sui social, l’hashtag legato al dibattito inizia a salire rapidamente tra le tendenze. C’è chi applaude Bortone per il coraggio di dire “le cose come stanno”, accusando Lambertucci di minimizzare problemi reali e diffusi. Altri, invece, difendono la posizione di Lambertucci, vedendo nelle parole di Bortone un eccesso di ideologia e una visione troppo pessimista del mondo del lavoro.
I commenti si moltiplicano: racconti personali, testimonianze di discriminazioni, ma anche storie di successo usate come prova che “se si vuole, si può”. Il dibattito si allarga, tocca il tema dei salari, della conciliazione tra vita privata e professionale, del ruolo dello Stato e delle aziende.
Quando il dibattito diventa sociale
Quello tra Serena Bortone e Rosanna Lambertucci smette presto di essere un semplice confronto televisivo. Diventa uno specchio delle contraddizioni della società italiana. Da una parte, una crescente consapevolezza delle disuguaglianze di genere; dall’altra, una resistenza culturale che fatica a riconoscerle come sistemiche.
Il lavoro femminile resta uno dei nodi più irrisolti del Paese. Tassi di occupazione più bassi, stipendi inferiori, carriere più fragili. Ma anche una pluralità di esperienze che rende il tema complesso, difficile da ridurre a una sola narrativa.
Ed è proprio questa complessità che emerge, con forza, nel confronto acceso tra le due protagoniste.
Il linguaggio come campo di battaglia
Un elemento centrale del dibattito è il linguaggio. Bortone insiste sull’importanza di nominare i problemi, di chiamare le discriminazioni con il loro nome. Lambertucci, al contrario, invita a non esasperare i toni, a evitare parole che, a suo avviso, rischiano di creare fratture invece di soluzioni.
È uno scontro anche semantico: empowerment contro responsabilità individuale, sistema contro merito, diritti contro doveri. E il pubblico, ancora una volta, si ritrova a scegliere da che parte stare.
Una tensione che non si scioglie
Il confronto si chiude senza una sintesi, senza un punto di incontro. E forse non poteva essere altrimenti. Nessuna delle due arretra davvero, nessuna rinnega la propria posizione. La tensione resta sospesa, irrisolta, proprio come il tema di cui si discute.
Ma è proprio questa mancanza di conciliazione a rendere il dibattito così potente. Perché obbliga chi guarda ad interrogarsi, a prendere posizione, a riflettere sulle proprie convinzioni.
Oltre lo scontro, cosa resta
A distanza di ore, quello che resta non è solo la polemica, ma una discussione che continua. Nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle università. Donne che si riconoscono nelle parole di Bortone, altre che si sentono più vicine alla visione di Lambertucci. Uomini chiamati, forse per una volta, ad ascoltare davvero.
Il confronto tra Serena Bortone e Rosanna Lambertucci dimostra quanto il tema del lavoro femminile sia ancora vivo, sensibile, capace di accendere gli animi. Non un argomento risolto, non una battaglia archiviata, ma una questione aperta che continua a dividere e a interrogare la società.
E se il dibattito è stato “caldo”, come molti lo hanno definito, è forse perché sotto la superficie c’è una verità scomoda: parlare di donne e lavoro significa parlare di potere, di opportunità, di futuro. E su questo, l’Italia è ancora lontana da un accordo condiviso.















