Antonella Clerici e un Capodanno fuori rotta: Zanzibar come scelta di silenzio, lentezza e verità
Quando l’inverno stringe le città italiane nel suo abbraccio più rigido, quando le luminarie natalizie si spengono una dopo l’altra e la vita riprende il suo passo ordinato e prevedibile, c’è chi sceglie di non restare. Non per fuggire, ma per cambiare prospettiva. Non per sottrarsi al mondo, ma per ascoltarsi davvero. È quello che ha fatto Antonella Clerici, volto amatissimo della televisione italiana, scegliendo di salutare il passaggio tra il 2025 e il 2026 lontano da tutto ciò che per anni ha rappresentato la sua quotidianità pubblica.
Niente studi televisivi, niente countdown in diretta, niente abiti di scena. Il suo Capodanno è avvenuto a Zanzibar, isola sospesa sull’Oceano Indiano, luogo dove il tempo sembra sciogliersi e la frenesia occidentale perde improvvisamente significato. Una scelta che racconta molto più di una semplice vacanza esotica: racconta un momento della vita, una necessità interiore, un gesto di consapevolezza.
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Prima della partenza, Antonella aveva trascorso le festività natalizie nella sua casa immersa nel bosco, quel rifugio che negli anni è diventato il suo centro emotivo. Accanto a lei la figlia Maelle, il compagno Vittorio Garrone, gli affetti più stretti. Un Natale intimo, raccolto, coerente con quell’idea di famiglia e di cura che la conduttrice ha sempre trasmesso anche attraverso il suo modo di fare televisione. Poi la decisione: andare oltre. Spostarsi. Cambiare emisfero, luce, ritmo.
Zanzibar non è una meta scelta a caso. È un’isola che porta con sé stratificazioni profonde: africana, araba, persiana, indiana, europea. Terra di spezie e di scambi, di ferite storiche e di resilienza culturale. Qui il passato non è rimosso, ma integrato nel presente. Stone Town, il cuore antico dell’isola, con i suoi vicoli stretti e le porte intagliate, racconta secoli di incontri e conflitti. Ma Antonella sembra aver preferito un’altra Zanzibar: quella orientale, più selvaggia, più essenziale, dove il mare assume sfumature impossibili da nominare e la sabbia è così chiara da sembrare irreale.
In quella parte dell’isola il tempo non si misura con l’orologio, ma con le maree. I villaggi si svegliano all’alba, il vento muove le palme come un respiro collettivo, e la vita segue una logica antica, fatta di gesti ripetuti e silenzi pieni. È facile immaginare Antonella in uno dei piccoli resort ecosostenibili affacciati sull’oceano: bungalow in legno e paglia, luci soffuse la sera, tessuti leggeri che si muovono con l’aria salmastra. Un lusso discreto, mai esibito, che non ha nulla a che vedere con l’ostentazione e molto con la ricerca di armonia.
Le cifre, per chi ama quantificare tutto, parlano di soggiorni importanti. Ma il senso di questa scelta non è economico: è simbolico. È il desiderio di scomparire temporaneamente dallo sguardo collettivo, di sottrarsi alla logica della performance continua. In un’epoca in cui anche il riposo deve essere raccontato, condiviso, monetizzato, la decisione di non mostrare tutto diventa quasi un atto politico.
Non si sa con certezza se Maelle abbia viaggiato con lei. E forse è giusto così. Il confine tra ciò che è pubblico e ciò che resta privato è sempre stato, per Antonella Clerici, un valore non negoziabile. La figlia è cresciuta sotto i riflettori, ma senza mai esserne prigioniera. Un equilibrio raro, costruito con attenzione e rispetto, che oggi appare ancora più prezioso.
Mentre l’Italia affronta giornate di gelo, strade imbiancate e cieli bassi, a Zanzibar il sole sorge lento sull’oceano. Le mattine iniziano scalzi sulla sabbia, con l’acqua che accarezza la riva e restituisce al corpo una memoria primordiale. Forse Antonella legge sotto un albero di mango, forse nuota seguendo il ritmo delle onde, forse ascolta il richiamo lontano del muezzin che, sull’isola, non interrompe il silenzio ma lo completa. Ogni gesto è ridotto all’essenziale. Ogni attimo è presente.
Non è una fuga, la sua. È un ritorno. Al corpo, al respiro, all’ascolto. Per chi ha trascorso decenni in diretta, gestendo tempi televisivi, emozioni calibrate, parole misurate, il silenzio non è assenza: è pienezza. È uno spazio finalmente libero da aspettative esterne. Un lusso interiore che pochi si concedono davvero.
A settant’anni, Antonella Clerici dimostra che l’età non è un limite, ma una soglia. Un punto da cui guardare il mondo con maggiore selettività. L’invecchiamento, nella sua visione, non è perdita, ma raffinamento. Si impara a distinguere ciò che nutre da ciò che consuma, ciò che è necessario da ciò che è solo rumore. E Zanzibar, con la sua lentezza radicale, sembra il luogo ideale per questo esercizio di sottrazione.
Qui non esistono semafori, le giornate non sono scandite da notifiche, e la fretta è quasi una parola fuori contesto. È un’isola che insegna senza parlare, che non impone, ma suggerisce. Ed è forse proprio qui che Antonella sta preparando il suo 2026, senza riunioni né scalette, ma attraverso un processo invisibile e profondo.
Quando tornerà, non porterà con sé soltanto il ricordo di un mare straordinario o il colore caldo della pelle. Porterà qualcosa di più difficile da raccontare: una centratura diversa, una calma che non ha bisogno di essere spiegata. In un sistema che premia l’iperpresenza e punisce la pausa, la sua scelta diventa un gesto rivoluzionario nella sua semplicità.
Il vero lusso oggi non è viaggiare lontano, ma riuscire a fermarsi davvero. Il vero privilegio non è essere sempre visibili, ma potersi permettere, ogni tanto, di uscire completamente dalla scena. E forse è proprio lì, tra una palma e l’altra, tra un’onda che arriva e una che si ritira, che inizia davvero il nuovo anno. Non con un conto alla rovescia, ma con un respiro profondo.















