True Crime: gli esperti spiegano perché serie tv, film e documentari ispirati alla cronaca nera ci appassionano tanto
È facile trovare, su qualsiasi piattaforma audiovisiva, serie, film o documentari ispirati alla cronaca nera. Il true crime è diventato uno dei contenuti più richiesti, facendo di Ryan Murphy il Re Mida del genere grazie a American Crime Story e Monster, le sue due grandi saghe che raccolgono le storie di alcuni dei più famosi assassini della storia.
Ma forse la fascinazione per il modus operandi di Ed Gein (assassino e famigerato profanatore di tombe americano, noto per la sua mente disturbata, cui è dedicata la terza stagione della serie antologica di Ryan Murphy), o dei fratelli Menéndez (che uccisero i genitori a sangue freddo, come raccontato nel secondo capitolo) non è dovuta a una curiosità morbosa, ma piuttosto a un bisogno di sperimentare quello che gli esperti chiamano il “simulacro del pericolo”, in un ambiente sicuro e controllato. Lo spiega Paz Velasco de la Fuente, giurista, criminologa, specialista in personalità psicopatiche e crimini violenti, autrice di libri e fondatrice del blog Criminal-mente, in cui parla di mente e comportamento criminale.
L’esperta spiega che il nostro interesse per il crimine ha a che fare con la sopravvivenza. «Quando analizziamo come avviene un crimine, impariamo la prevenzione situazionale: come evitare luoghi pericolosi, come reagire a una minaccia o quali segnali di allarme la vittima ha ignorato».
Evan Peters interpreta il serial killer Jeffrey Dahmer nella serie Netflix di Ryan Murphy
Courtesy Netflix
Il true crime si è evoluto in un genere di consumo sociale, con le persone impegnate a condividere teorie e indagini
Velasco de la Fuente sottolinea che l’attrazione per serial killer come Ted Bundy o Jeffrey Dahmer risiede nell’apparente dicotomia tra la loro facciata socialmente integrata e la loro totale mancanza di empatia. Il pubblico cerca di decifrare il “mistero” del male: come può una persona essere capace di cose del genere? «Il true crime si è evoluto in un genere di consumo sociale, soprattutto nel formato podcast o documentario, dove le persone possono condividere teorie e indagini. Utilizza strutture narrative molto efficaci e la rivelazione graduale delle informazioni, allontanandosi dal sensazionalismo per concentrarsi sulle vittime e sull’impatto sulle loro famiglie. Questo soddisfa il bisogno di empatia, favorendo un legame emotivo con i soggetti del dramma, una spinta più etica della semplice fascinazione per il male».
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I costumi di Emily in Paris
Clara Tiscar è l’autrice di Criminopatía, un podcast in cui racconta diversi crimini, sempre con un approccio rigoroso, obiettivo e molto coinvolgente. Ricorda come i giornali abbiano sempre avuto la loro sezione dedicata al crimine, un soggetto trattato anche in televisione, alla radio e nei libri. «Non è un genere nuovo, anche se ha avuto un boom relativamente recente, che lo ha sfruttato in diversi formati e da diversi punti di vista». Inoltre Tiscar sostiene che conoscere questo tipo di storie mette alla prova la nostra intelligenza: «Ci sono sempre elementi (colpi di scena inaspettati, suspense, errori, malintesi ecc.) che ci tengono all’erta e ci sfidano a scoprire chi è il colpevole. E più dettagli conosciamo, più risorse abbiamo per anticipare la narrazione degli altri».
Oltre alla sicurezza offerta dall’osservazione del comportamento criminale dalla comodità del nostro salotto, per la psicologa forense Patricia Lodeiro, Freud ha molto a che fare con questa attrazione: «Il consumo di questo tipo di contenuti è legato a una sublimazione dell’impulso tanatosico (da Thanatos, dio della morte). La messa in scena della pulsione di morte attraverso l’omicidio, la crudeltà o la distruzione consentirebbe una scarica di energia distruttiva», mentre la ricerca di giustizia rende possibile una dialettica con la pulsione di vita (Eros), permettendo di trovare un certo equilibrio. «Il true crime permette un dialogo tra la vita e la morte».
Stiamo diventando insensibili?
Basta guardare il panorama sociale, politico ed economico globale per chiedersi se non abbiamo già abbastanza violenza intorno a noi. Siamo diventati una società insensibile? Per Paz Velasco si tratta piuttosto di una ricerca di senso e di controllo in un mondo percepito come minaccioso. «Sebbene alcuni si avvicinino a questi argomenti con una curiosità morbosa, per la maggioranza la forza trainante è un misto di apprendimento della sopravvivenza, regolazione emotiva e profondo bisogno che sia fatta giustizia», spiega, sottolineando che guardare i crimini non ci trasforma in persone prive di sentimenti, ma ci insegna a modulare la nostra risposta emotiva alle tragedie altrui.
L’autrice ritiene che il vero dibattito dovrebbe concentrarsi sull’etica della produzione di questi contenuti, assicurandosi che le vittime, le loro famiglie e la giustizia non vengano messe in ombra dalla morbosità, dal sensazionalismo e dalla banalizzazione del comportamento criminale solo per ottenere un audience.
American Murder: The Family Next Door racconta l’incubo criminale dietro a una famiglia americana apparentemente perfetta
Shanann Watts/Netflix
Cosa ci attira di più
La criminologa Velasco de la Fuente riconosce che gli eventi che più ci attraggono sono quelli eccezionalmente scioccanti, misteriosi o anomali, e li classifica in 5 categorie:
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Omicidi seriali e psicopatici. Affascinano perché sfidano alla comprensione razionale del loro comportamento, e intriga il tentativo di decifrare la loro mente.
Donne assassine, complici o mandanti. Una donna assassina ha un impatto sociale molto maggiore perché trasgredisce stereotipi di genere obsoleti ed errati che continuano a identificare le donne come tenere, sottomesse, fragili e materne, incapaci di commettere atti etichettati come maschili, come pianificare un crimine, uccidere a sangue freddo o con premeditazione.
Vittime “innocenti” o “ideali”. I casi che coinvolgono donne, bambini o persone che corrispondono al profilo di vittima ideale o vulnerabile generano spesso maggiore empatia e indignazione.
Crimini che si verificano in contesti quotidiani. Rivelano che il male può risiedere dentro casa, tra le persone più vicine a noi, cui diamo fiducia.
Casi irrisolti. I casi irrisolti generano il bisogno di chiudere, stimolando la partecipazione attiva del pubblico, generando diverse ipotesi con l’obiettivo di cercare la verità e ottenere giustizia per le vittime.
Chi sono le vittime perfette del true crime?
Se consideriamo che, oltre alla curiosità, guardare questo tipo di storie serve come esperienza per meglio identificare le minacce ambientali, dandoci gli strumenti per riconoscere il pericolo, non dovrebbe sorprendere che le donne siano le maggiori fan del genere (tra il 70 e l’80%). In effetti, afferma Lodeiros, gli studi dimostrano che mentre gli uomini preferiscono contenuti la cui violenza non è reale (Il Padrino o Peaky Blinders), le donne sono più attratte da contenuti relativi a fatti realmente avvenuti: «Queste differenze sono attribuite a una maggiore interesse da parte delle donne alle situazioni di pericolo, al fine di prevenirle nella realtà».
Tiscar conferma questo aspetto: «Il mio pubblico è per lo più femminile e credo che questo sia dovuto al fatto che ogni donna è stata prima o poi una vittima: una vittima di toccamenti, di commenti, della paura che si prova in certe situazioni, come tornare a casa da sole di notte, o uno sconosciuto che ti insegue». L’autrice insiste sul fatto che le donne si sentono più vicine alle possibili vittime e l’ascolto di queste storie ci aiuta a imparare come evitare che ciò accada. «Ho anche la sensazione che cerchiamo giustizia e i casi in cui questo accade ci liberano, ci fanno sentire meglio».
Tuttavia, la psicologa Lodeiros ci ricorda che non dobbiamo trascurare le caratteristiche idiosincratiche di ogni persona, poiché il genere non è il fattore determinante nel consumo di true crime: «Le caratteristiche ontogenetiche e di personalità, come il narcisismo o la psicopatia, possono contribuire all’adesione a contenuti violenti».
Una scena dalla serie Il Mostro che ricostruisce il caso irrisolto del Mostro di Firenze
EMANUELA SCARPA/NETFLIX
Esistono controindicazioni alla visione di troppi True Crime?
Come spiega Patricia Lodeiro, quando si guardano certi documentari che espongono dettagli dei crimini, ci si chiede se stiamo dando strumenti ai futuri criminali. «La risposta non è chiara. Tuttavia, ci sono studi che suggeriscono che il consumo di contenuti violenti è associato a un aumento di diverse forme di aggressività a causa della desensibilizzazione alla sofferenza altrui». E aggiunge che questo risultato non può essere preso isolatamente, poiché esistono variabili contestuali e personali che devono essere prese in considerazione, in quanto possono agire come fattori protettivi o di rischio nella commissione di crimini. «Ciò che è chiaro è che l’esposizione prolungata a questo tipo di stimoli finisce per generare uno stato di ipervigilanza derivato da un sentimento di insicurezza che promuove stati ansiosi altamente destabilizzanti e può persino favorire la comparsa di comportamenti fobici disadattivi».
D’altra parte, per Paz Velasco de la Fuente, l’aumento di questo tipo di contenuti ha importanti ripercussioni sociali, sia positive che negative, legate soprattutto alla percezione del rischio e della giustizia. Tra gli aspetti positivi, l’autrice sottolinea che alcune serie hanno contribuito a riaprire le indagini o a svelare pubblicamente gli errori del sistema giudiziario, come nel caso di Dolores Vázquez, donna spagnola ingiustamente condannata per l’omicidio della giovane Rocío Wanninkhof nel 1999. «Inoltre, forniscono al pubblico una maggiore consapevolezza dei metodi di vittimizzazione e dei segnali di allarme, promuovendo indirettamente la prevenzione di certe situazioni».
D’altro canto, si sostiene che la costante esposizione ai crimini violenti può generare un senso di insicurezza e paura sproporzionata nella società. «Inoltre, in molti casi, può vittimizzare di nuovo le persone colpite e le loro famiglie, trasformando le tragedie personali in intrattenimento di massa, il che solleva serie questioni etiche», conclude.

















