“Perché è innocente”: nuovi dubbi, l’alibi informatico e le testimonianze che riaprono il dibattito sul caso Stasi

“Perché è innocente”: nuovi dubbi, l’alibi informatico e le testimonianze che riaprono il dibattito sul caso Stasi


Il dibattito attorno alla colpevolezza o innocenza di Alberto Stasi continua a occupare uno spazio rilevante nel panorama mediatico e giudiziario italiano. A distanza di anni dalla sentenza definitiva, nuovi approfondimenti tecnici, testimonianze riesaminate e valutazioni critiche sulle indagini iniziali stanno alimentando una riflessione sempre più articolata. Al centro di questa rinnovata attenzione vi sono due elementi chiave: l’alibi informatico legato all’utilizzo del computer e la testimonianza di una vicina di casa che riferì di aver visto una bicicletta femminile nei pressi dell’abitazione la mattina del delitto.

Secondo la linea difensiva, questi aspetti non sono mai stati adeguatamente valorizzati e, anzi, sarebbero stati compromessi da errori procedurali che hanno inciso in modo significativo sull’attendibilità delle prove.

L’alibi del computer e il nodo delle procedure

Uno dei punti più controversi del caso riguarda l’uso del computer da parte di Alberto Stasi nelle ore in cui si presume sia avvenuto l’omicidio. Stasi ha sempre sostenuto di trovarsi in casa, impegnato nella redazione della sua tesi di laurea. Tuttavia, la difesa ha più volte denunciato che l’accertamento su questo elemento cruciale sarebbe stato viziato fin dall’inizio.

Secondo quanto ricostruito, il computer di Stasi sarebbe stato oggetto di un accesso improprio da parte dei Carabinieri, che avrebbero utilizzato procedure non corrette, compromettendo i dati presenti nel sistema. Questo intervento, anziché preservare l’integrità delle informazioni, avrebbe alterato file, orari e tracciati di utilizzo, rendendo di fatto impossibile stabilire con certezza cosa sia accaduto in quelle ore.

Proprio su questo presupposto, la difesa ha sostenuto l’inutilizzabilità dei dati informatici acquisiti inizialmente, ritenendoli contaminati e quindi non affidabili dal punto di vista probatorio. È in questo contesto che è maturata la decisione di richiedere una nuova perizia tecnica indipendente.

La perizia della difesa: lavoro continuo e significativo

Il risultato della consulenza tecnica richiesta dalla difesa ha riacceso il dibattito. Secondo gli esperti incaricati, l’analisi dei dati recuperabili e delle tracce residue dimostrerebbe che Stasi ha effettivamente lavorato alla tesi in modo continuativo e concentrato. Non si tratterebbe, dunque, di un’attività sporadica o simulata, ma di un impegno reale, sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo.

La perizia sottolinea come il tempo di lavoro riscontrato sia significativo e difficilmente compatibile con l’ipotesi di una persona che, dopo aver commesso un omicidio nelle prime ore del mattino, sarebbe rientrata a casa in fretta e avrebbe iniziato a lavorare con lucidità e metodo. Questo punto viene considerato cruciale: se si accetta l’idea che l’omicidio sia avvenuto nelle prime ore della giornata, l’alibi informatico assume un peso rilevante e meriterebbe, secondo la difesa, una valutazione più approfondita e meno condizionata da presupposti accusatori.

Gli errori investigativi e il tema della contaminazione

Negli ultimi anni, diversi commentatori e analisti hanno messo in evidenza come il caso Stasi sia caratterizzato da una serie di criticità investigative. Tra queste, la gestione delle prove informatiche viene spesso indicata come uno degli aspetti più problematici. In un’epoca in cui la prova digitale ha un ruolo sempre più centrale, l’uso di procedure non conformi agli standard può avere conseguenze decisive.

La difesa insiste sul fatto che l’accesso non corretto al computer abbia reso impossibile una ricostruzione oggettiva e neutrale delle attività svolte da Stasi. Questo elemento viene oggi ripreso anche da alcune trasmissioni di approfondimento e da articoli di stampa che parlano apertamente di “zone d’ombra” e di “occasioni mancate” nell’accertamento della verità.

La testimonianza della vicina: la bicicletta femminile

Accanto all’alibi informatico, un altro elemento che continua a suscitare interrogativi è la testimonianza di una vicina di casa. La donna ha riferito di aver visto, la mattina del delitto, una bicicletta da donna appoggiata contro un muro nelle vicinanze dell’abitazione. Secondo la sua dichiarazione, quella bicicletta non apparteneva a Stasi, e la testimone si è detta certa di questa affermazione.

Si tratta di una testimonianza che, secondo la difesa, avrebbe dovuto essere analizzata con maggiore attenzione. La donna non conosceva l’imputato e non aveva alcun motivo personale per mentire o per favorire una delle parti. Proprio questa estraneità viene indicata come un elemento di credibilità.

La presenza di una bicicletta femminile, diversa da quella di Stasi, apre scenari alternativi che non sarebbero mai stati pienamente esplorati. Chi era quella persona? Perché si trovava lì in quel momento? Domande che, a distanza di anni, restano senza risposta.

Le valutazioni dei media e le nuove analisi

Negli ultimi tempi, diversi organi di informazione hanno ripreso questi aspetti, parlando di “prove trascurate” e di “elementi sottovalutati”. Senza mettere in discussione formalmente la sentenza definitiva, alcuni commentatori sottolineano come il caso presenti ancora numerosi punti critici, soprattutto sul piano della ricostruzione temporale e logistica degli eventi.

Trasmissioni televisive e inchieste giornalistiche hanno dedicato spazio all’alibi informatico, spiegando in modo divulgativo come una gestione errata delle prove digitali possa alterare irrimediabilmente un’indagine. Allo stesso tempo, la testimonianza della vicina viene spesso citata come uno dei simboli di quelle piste che non sono state seguite fino in fondo.

Il peso della percezione pubblica

Un altro aspetto che emerge con forza è il ruolo dell’opinione pubblica. Il caso Stasi ha diviso l’Italia per anni, creando schieramenti contrapposti tra chi ritiene la condanna giusta e chi continua a nutrire dubbi profondi. Le nuove analisi e le notizie rilanciate dai media contribuiscono a mantenere vivo questo confronto, che va oltre il piano giuridico e tocca questioni più ampie, come la fiducia nel sistema giudiziario e nella gestione delle indagini.

Per molti, l’idea che errori procedurali possano aver inciso su un processo così importante è motivo di inquietudine. Per altri, invece, il riemergere ciclico di questi dubbi rappresenta un rischio di delegittimazione delle sentenze definitive.

Una verità ancora discussa

Il caso di Alberto Stasi continua quindi a essere un terreno di confronto acceso. L’alibi informatico, supportato da una perizia che parla di lavoro continuo e significativo sulla tesi, e la testimonianza della vicina sulla bicicletta femminile rappresentano due pilastri della narrazione difensiva. A questi si aggiungono le critiche sulle modalità di acquisizione delle prove e sulle scelte investigative compiute nelle prime fasi.

Le notizie più recenti non parlano di una revisione imminente del processo, ma mostrano come il dibattito sia tutt’altro che chiuso. Ogni nuovo approfondimento, ogni analisi tecnica, ogni testimonianza riesaminata contribuisce a riaprire interrogativi che sembravano sepolti.

Conclusione

“Perché è innocente” non è solo uno slogan, ma la sintesi di una posizione che continua a trovare spazio nel discorso pubblico. Il caso Stasi, con le sue complessità e le sue controversie, resta uno degli esempi più emblematici di come la verità giudiziaria e la verità percepita possano divergere.

L’alibi del computer, la gestione delle prove digitali, la testimonianza della vicina e le recenti analisi mediatiche compongono un mosaico ancora incompleto. Che questi elementi possano o meno cambiare il corso della storia giudiziaria è una questione aperta. Ciò che appare certo è che il caso continua a interrogare l’opinione pubblica, alimentando un dibattito che, a distanza di anni, non ha perso intensità né rilevanza.