“Non piangere più, tesoro… sono qui”, sussurrò il cowboy nel mezzo della tempesta.

Non piangere, piccolo. Sono qui adesso,” sussurrò il cowboy attraverso il tempesta di neve. La tempesta è arrivata di traverso, cattiva e senza preavviso, come spesso facevano i temporali invernali su quel tratto di campagna alta, dove la terra dimenticò la misericordia e si ricordò solo resistenza.
La neve cavalcava il vento come cenere, pelle che pizzica, occhi accecanti, suono della deglutizione. Anche i confini del mondo sfocato, le linee di recinzione scomparse, colline ammorbidito in fantasmi e nel cielo premuto basso e incolore come se significasse per seppellire tutto sotto di esso. Giona Cole tirò giù ancora di più il cappello, di lana sciarpa rigida di ghiaccio al collo, il respiro che gli raspava forte nel petto.
Il suo cavallo lottava contro le derive e gli zoccoli affondare, sollevarsi, affondare ancora. Ciascuno passo era una domanda, ogni respiro a scommettere. Avrebbe dovuto tornare indietro e un’ora fa, ma poi l’ha sentito. Non il vento, non il torrente di cuoio, o il crepa lontana di legname ghiacciato.
Un suono troppo piccolo per appartenere alla tempesta. Un grido. È scivolato nella neve come un preghiera logora. Sottile, spezzato, quasi ingoiato prima che potesse finire diventando reale. Jonah ha piovuto forte. Il il cavallo sbuffò, a disagio, agitando la testa il vento gli artigliava la criniera. Giona si chinò dalla sella e ascoltò con tutto il suo corpo adesso.
Il freddo bruciava dentro le sue orecchie. Le sue dita indicavano dove hanno stretto le piogge. Eccolo lì ancora una volta, più vicino. Si abbassò, stivali affondando quasi fino alla caviglia. Neve già riempiendo il principe dietro di lui. Legò le piogge a un palo semisepolto non aveva saputo che fosse lì fino al suo il guanto colpì il legno, poi andò avanti piede, spalle curve, cappotto che si spezza come una vela strappata.
Ogni passo era attento, deliberato, il tipo che un uomo ha preso quando lui sapeva che un errore avrebbe potuto finirlo. Il la tempesta si è aperta brevemente attorno a uno stand di pioppi morti, con i tronchi bianchi spogliati nudo, corteccia scrostata come vecchie cicatrici, e sotto di loro, rannicchiato contro la base di un albero, mezzo coperto dalla deriva neve, era una piccola forma che non lo faceva appartengono all’inverno, a un bambino o a un vicino abbastanza.
Era raggomitolata verso l’interno, in ginocchio attratta dal petto, con le braccia strette come se cercasse di tenersi insieme. Il suo cappotto, troppo sottile, strappato su una manica, era congelato. I capelli scuri fuoriuscirono sotto un cappuccio incrostato di ghiaccio. Lei gli stivali non erano corrispondenti, mancava un laccio interamente. Lei non alzò lo sguardo.
Lei si muoveva a malapena. Jonah si inginocchiò davanti a lei, il freddo pungente le sue ginocchia immediatamente, affilate e spietato. Allora si allungò si fermò. Anni vissuti da soli gli aveva insegnato il peso dell’esitazione. “Ehi,” disse, con la voce roca a causa del vento e disuso.
Sembrava sbagliato qui fuori, come una bugia detta a voce troppo alta. Lei le spalle si contrassero. Un altro suono le sfuggì, più piccola di prima, strangolato come se facesse male lasciarlo uscire. Jonah deglutì. Si avvicinò, abbassandosi in modo che i suoi occhi fossero a livello con i suoi, anche se li teneva chiusi strette, ciglia agglomerate dal gelo.
“Lo è va bene,” disse. “Più piano adesso, più lento, il modo in cui parlava in modo ombroso cavalli e vitelli feriti. Non sei più solo.” Il vento urlò più forte, come se fosse offeso. Tremava la testa debolmente, le labbra tremanti, il respiro arrivando a raffiche brevi e irregolari. Lacrime si congelarono non appena si formarono, tracciando linee pallide lungo le sue guance.
Jonah si tolse il cappotto senza alzarsi pensando, il freddo che irrompeva immediatamente e brutale. Glielo drappeggiò sopra spalle. Attento, riverente. Le sue mani le sfiorò il braccio. Lei sussultò. “Non lo farò farti male,” disse velocemente. Le parole istintivo, urgente. “Lo giuro.” Lei gli occhi allora si aprirono, spalancati, scuri, inondati con una paura così cruda da svuotarlo vista.
Ha provato a staccarsi, con le dita raschiando inutilmente la corteccia congelata, ma il suo corpo l’ha tradita. Stava tremando troppo difficile. L’esaurimento aveva già prevalso il suo debito. Jonah ha accorciato la distanza delicatamente, posando una mano sulla sua dove ha artigliato l’albero. Non piangere, piccolo uno,” sussurrò, sporgendosi in modo che la tempesta non avrebbe rubato le parole prima l’hanno raggiunta.
Il suo respiro si spezzò l’aria tra loro. “Sono qui adesso.” Qualcosa in lei si è rotto. È crollata in avanti nel suo petto, un suono lacerante in lei quello era più di un singhiozzo, più come l’ultimo respiro di qualcuno che si erano tenuti insieme per decisamente troppo lungo. Le sue dita si strinsero la sua maglietta come se potesse cadere a pezzi senza di esso.
Jonah avvolse entrambe le braccia intorno a lei senza esitazione, tirandola avvicinarla, proteggendola dal vento con il suo corpo. Poteva sentire quanto freddo lei lo era. Non solo rilassato, pericolosamente così. La sua pelle bruciava fino al sottile tessuto della sua camicia. Calore intrappolato sotto il ghiaccio.
“Dobbiamo riscaldarti,” mormorò, più a se stesso che a lei. “Molto caldo, proprio adesso.” Lei annuì debolmente contro di lui, battendo così i denti forte, poteva sentirlo attraverso le ossa. Lui La sollevò con cautela, sorpreso da come leggera era. Troppo leggero. L’inverno aveva la sto già mordendo da un po’. La strinse al petto, girandosi dando le spalle alla tempesta come meglio poteva, e si avviò verso il cavallo.
Neve riempì immediatamente l’aria dietro di loro, cancellando dove erano stati, come se ilterra intendeva far finta che non l’avesse mai fatto esistito. Ma Jonah la tenne più forte, con la mascella impostato, passi fermi. Non lo avrebbe permesso Inverno, prendi questo. Per il momento Jonah raggiunto il cavallo, la tempesta aveva addensato in qualcosa di vivo.
Neve sbatté di lato, accumulandosi contro il fianchi degli animali, glassandone le ciglia bianco. Il cavallo si mosse nervosamente Jonah si avvicinò, ma si fermò quando lui premette brevemente la fronte contro di essa collo. Si è forgiato un silenzioso scambio di fiducia nel corso di troppi inverni per poterli contare.
“Lo è va bene,” mormorò di nuovo Jonah, però questa volta non era sicuro di chi avesse pronunciato le parole erano per. La ragazza si mosse appena mentre lui la mise in sella per prima, sistemandola contro la coperta arrotolata, un braccio la abbracciò così lei non scivolerebbe. Montò dietro di lei, avvolgendo il suo cappotto più stretto attorno a entrambi loro, il suo stesso corpo ne subisce il peso il freddo.
Si adattava a lui come lei era stato modellato dalla necessità piuttosto che possibilità. Troppo tranquillo. La sua testa si cullava contro il suo petto, il respiro superficiale ma costante. Giona spinse avanti il cavallo, chinandosi in basso, gli occhi socchiusi contro il sfocatura bianca davanti a sé.
Il sentiero che lo riportava la cabina era poco più che un ricordo ormai, pali della recinzione sepolti, punti di riferimento cancellati. Solo istinto e ostinata familiarità lo ha guidato. L’inverno aveva un suo modo di fare riducendo il mondo all’essenziale. Movimento, calore, sopravvivenza. Il giro sembrava infinito.
Il tempo si è dissolto nel ritmo dei passi faticosi del cavallo e la costante ascesa e caduta della ragazza fiato contro le costole. Jonah si concentrò su quello, su come farla respirare, su non lasciare che la tempesta la rapisca di nuovo. Alla fine, una forma più scura emerse dal neve.
Il tetto della sua cabina semisepolto era piegato sotto il peso del bianco. Il fumo no salire dal camino. Non aveva acceso il fuoco prima di partire. Rimpianti pugnalati acuto e veloce. Jonah smontò goffamente, le gambe rigide, le giunture che urlavano, e la sollevò di nuovo, cullandola chiudi mentre spalancava la porta. Il freddo li seguì dentro come un vivente cosa. La cabina era piccola.
Una stanza, un letto stretto, un tavolo grezzo sfregiato anni di utilizzo. L’odore di pino e di vecchio il fumo aleggiava debolmente, ma non era così abbastanza. Non ancora. Jonah ha dato un calcio alla porta si chiuse dietro di lui e si mosse velocemente, sdraiandola sul letto, con gli stivali ancora fermi addosso, il cappotto ancora stretto, le ciglia svolazzò.
“No,” sussurrò con voce rauca, afferrando debolmente una mano la sua manica. “Non farlo. Non ci vado ovunque,” disse subito, inginocchiandosi accanto a lei. “Sto solo accendendo il fuoco andando. Mi senti?” Le sue dita si allentarono, anche se non si lasciarono andare interamente. Jonah ha lavorato velocemente. Muscolo la memoria prese il sopravvento, accendendo la selce.
respiro tenuto come scintille catturate. Il fuoco si è spento la vita con riluttanza, le fiamme lambiscono verso l’alto. All’inizio debole, poi più forte. Calore si insinuò nella stanza centimetro per centimetro. Lui riempì un bollitore, lo avvicinò al fuoco, poi tornò al suo fianco. Da vicino, lei sembrava ancora più giovane.
La sua pelle era pallida sotto la terra, labbra screpolate e blu tinto. C’era un livido che sbocciava oscuramente lungo la mascella, un altro verso di lei tempio, seminascosto dai capelli. La mascella di Giona si strinse mentre spazzava via la neve ghiacciata le sue ciglia. “Puoi dirmi il tuo nome?” chiese tranquillamente.
Deglutì, occhi sfocato, con lo sguardo fisso da qualche parte dietro di lui. “Mara,” sussurrò. “O forse lo era qualcos’altro.” Il temporale risuonava ancora le sue orecchie. “Mara”, ripeté dolcemente, ancorare la parola. “Va bene, ho capito tu, Mara.” La spogliò congelata rivestire con cura, staccando il tessuto pelle centimetro per centimetro in modo che non si strappi.
Il vapore si alzò debolmente quando il calore raggiunse lei. L’ha avvolta in coperte, sovrapponendoli, rimboccandoli stretti come faceva sua madre quando arrivava l’inverno duro e spietato. I suoi brividi rallentato, non fermato, ma facilitato. Il il bollitore cominciò a sibilare. Jonah versò dell’acqua in una tazza di latta, aggiungere un pizzico di essiccato erbe, qualcosa di amaro ma riscaldante, e se lo portò alle labbra.
Piccoli sorsi, lui disse lentamente. Lei obbedì, anche se ciascuno deglutire sembrava costarle fatica. Lei gli occhi rimasero sul suo viso per tutto il tempo, seguendolo come se potesse svanire se lei sbatté le palpebre. Quando la tazza fu vuota, si mise a sedere lo mise da parte e si sedette sui talloni, guardando il colore ritornare lentamente in lei guance.
Tra loro calò il silenzio, denso e fragile. Fuori, il temporale urlò la sua frustrazione contro il pareti. Ma dentro è iniziato qualcos’altro formare. Non la pace, non ancora. Riparo. Mara si spostò leggermente, sussultando. Fa male, mormorò. Lo so, disse Jonah. Sei al sicuro qui. Non succederà niente toccarti stasera.
Lei si accigliò leggermente, come se la parola significasse qualcosa sconosciuto. Nessuno l’ha mai detto. L’ammissione atterrato pesantemente. Jonah si allungò, esitante ora, e appoggiò la mano la coperta vicino alla spalla, no toccare la pelle, abbastanza vicino per esserlo sentito. “Bene,” disse piano, a voce bassa e costante. “Abituatevi.
” Lei le palpebre si abbassarono, finalmente la stanchezza reclamandone il dovuto. Mentre il sonno la attirava sotto, le sue dita si intrecciarono di nuovo con quelle di lui manica, riflessivo, impaurito. Jonah no muoversi. Rimase seduto lì durante il peggio la tempesta, il fuoco crepitante, le ombreballando lungo le pareti, ascoltando la rabbia del vento e quella lenta, ostinata prova della vita che respira dolcemente sotto la sua mano.
L’inverno ne aveva preso abbastanza già lui. Non ce ne sarebbero voluti due. Il mattino arrivò tranquillamente, così com’era fece dopo che la tempesta si era calmata. Il il vento si ritirò prima dell’alba, lasciando dietro di sé un silenzio così profondo ha suonato. La neve era fitta contro la cabina pareti, premute alte contro le finestre come un respiro trattenuto.
Il mondo fuori sembrava nuovo e pericoloso, levigato qualcosa di ingannevolmente morbido. Giona si svegliò rigido e freddo dove aveva dormito in posizione eretta sulla sedia, con gli stivali ancora addosso, la testa inclinato in avanti. Il fuoco si era spento alla brace, proiettando un bagliore rosso opaco raggiungeva a malapena i bordi della stanza.
Il suo primo pensiero non fu per se stesso. Lui si alzò lentamente e si avvicinò al letto. Mara dormiva rannicchiata su un fianco, coperta stretto attorno al suo piccolo corpo. Lei il viso sembrava diverso alla luce del giorno, meno ombreggiato, più morbido. Il colore era tornato le sue labbra.
Il suo respiro era regolare adesso, più profondo, vivo. Jonah espirò non si era reso conto di averlo trattenuto da allora la notte prima. Si muoveva in silenzio, Ravvivare il fuoco, attento per non svegliarla. Il bollitore tornò indietro su. Tagliò un pezzo di pane, lo divise, riscaldato dalle fiamme. Il semplice i compiti lo hanno radicato, lo hanno riportato dentro il suo corpo.
Quando si voltò di nuovo, i suoi occhi erano aperti. Non parlava, semplicemente lo guardò. Buongiorno, disse Jonah con dolcezza come se la parola stessa potesse spaventarla. Sbatté le palpebre una volta lentamente. “Sono morto?” lei chiese. La domanda era piatta, senza paura, come se stesse chiedendo del tempo. Jonah rimase immobile. “No,” disse con fermezza.
“Sei ancora qui.” Il suo sguardo si spostò verso il soffitto, alle travi grezze oscurate dal fumo e dal tempo. “Eh?” mormorò. pensavo che forse l’avevo fatto. Qualcosa di contorto nel profondo del suo petto. Portò la tazza di nuovo lei, aspettò finché non bevve. Questo volta che non sussultava quando le sue dita spazzolato il suo.
Progresso misurato pollici. Quando ebbe finito, spinse la tazza via debolmente e tirò il coperta più vicina. “Adesso smettila?” chiese. “Per ora,” disse Jonah. “L’inverno no vorrei smettere tutto in una volta.” Lei annuì così aveva senso. Si sedettero silenzio per un po’. Fuori, qualcosa spostato.
La neve scivola dal tetto in a sospiro pesante. Mara sussultò, sospirò fare l’autostop. “È solo il peso che diminuisce vai,” disse Jonah con calma. “Succede ogni tempesta.” Le sue spalle si rilassarono, anche se non sembrava convinta. Dopo un momento, parlò di nuovo. “Verranno indietro”, Giona si appoggiò al tavolo, le braccia incrociate liberamente.
“Chi lo farà?” lei esitò, con le dita allentate filo sulla coperta. Uomini, ha detto a loro non piacciono le questioni in sospeso. Giona la studiò attentamente adesso. I lividi, il modo in cui i suoi occhi rimanevano vigili anche dentro riposare. Cosa è successo a Yumara? Ha chiesto, senza premere, semplicemente aprendo la porta.
Lei ingoiato. Sono corsa, disse semplicemente. Loro non mi è piaciuto. Chi sono? Lei scosse la testa. I nomi non contano. Loro indossare cappotti e portare documenti. Dicono è per il tuo bene. La mascella di Giona stretto. Dove eri diretto?” lui chiese. Il suo sguardo si spostò verso la finestra il bianco accecante al di là.
“Sud”, ha detto. “Ovunque non facesse freddo”, a il respiro privo di senso dell’umorismo la lasciò. “Non ce l’ha fatta lontano.” Jonah non rispose bene lontano. Fissò il fuoco, osservando le fiamme si arricciano e si spezzano. “Puoi restare qui,” disse infine. “Fino alle strade chiaro. Finché non sarai forte.
” I suoi occhi gli ribatté bruscamente, nonostante lei esaurimento. “Perché?” La parola restava in sospeso loro, carichi di aspettative. Giona si è incontrato il suo sguardo fisso. Perché ne avevi bisogno aiuto. Non è abbastanza, ha detto tranquillamente. No, ha accettato. Ma è cosa Ho. Scrutò il suo viso come lei cercavo crepe, bugie, motivazioni, qualunque cosa avesse imparato a temere.
Alla fine, si appoggiò ai cuscini, lo sguardo che si allontana. “Va bene,” lei detto. “Per ora. per ora era tutto inverno mai promesso. Comunque, i giorni in cui seguiva mosso lento, misurato dalla luce e fuoco, e l’accurata bonifica di forza. Jonah ha spalato i sentieri la neve, trasportava la legna, riparava una corrente d’aria lungo la parete nord.
Mara è rimasta dentro dapprima, avvolto in coperte vicino al focolare, guardando tutto. Ha chiesto domande con parsimonia, ascoltato più di ha parlato. Ha imparato i suoni della cabina, il gemito dei tronchi che si assestano, il fischio di vento attraverso una brutta cucitura, il morbido creparsi quando il fuoco si è spostato.
Ha imparato Anche i ritmi di Jonah, come si alzava prima luce. Come ha toccato lo stipite della porta ogni volta che usciva come un’abitudine lui non ricordavo di essermi formato. Come ha parlato il cavallo come se fosse un vecchio amico. Uno pomeriggio, quando il sole tagliava debolmente attraverso le nuvole e il freddo si allentò quanto basta per respirare senza dolore, Mara si alzò, Jonah alzò lo sguardo dal rammendo un’imbracatura, sorpreso. “Non dovresti.
Sono stanca di sdraiarmi”, ha detto. Lei la voce tremava, ma le sue gambe reggevano. Lui annuì. “Non ho discusso, ho solo guardato, pronto a prenderla se fosse caduta. Lei Attraversavo lentamente la stanza, ad ogni passodeliberatamente, e rimase accanto alla finestra. Il la neve era accecante, “Ed infinite”.
Lei la spalla si afflosciò. “Non finisce mai”, lei sussurrò. “L’inverno finisce sempre”, Jonah detto. “Ti fa semplicemente dimenticare è qui.” Allora si voltò verso di lui, con gli occhi luminoso con qualcosa di illeggibile. “Tu sembra sicuro. Ne ho vissute abbastanza loro”, disse tranquillamente.
Quella notte, come la temperatura è scesa di nuovo e il il fuoco si consumava lentamente, Mara si sedette sul pavimento vicino al focolare, le ginocchia piegate, lo sguardo fisso nelle fiamme. Jonah sedeva di fronte lei, affilando di più un coltello per il comodità del movimento rispetto alla necessità. “Perché sei solo?” chiese all’improvviso.
La domanda lo colse di sorpresa. Lui considerato mentire. Invece, ha detto, “Perché la gente se ne va.” Lei annuì lentamente, come se avesse capito la risposta meglio della maggior parte. Fuori, l’inverno si richiudeva, paziente come sempre. All’interno, due sopravvissuti condivisero la quiete, conoscendo entrambi il freddo non avevo ancora finito di testarli.
Il il freddo si fece ancora più intenso due notti dopo, il tipo che invece si è insinuato verso l’interno ruggente. Tranquillo, deliberato, personale. Jonah lo sentì prima di udirlo. A pressione dietro gli occhi, una tensione nelle articolazioni. La stufa lavorava sodo, ma non riuscivo a scacciare il freddo gli angoli più remoti della cabina.
Gelo ricalcai i vetri delle finestre ramificandosi motivi che sembravano vene. Mara si svegliò urlando, dapprima non forte, acuto e rotta, come se le fosse rimasto il fiato su qualcosa di frastagliato nel suo petto. Jonah era in piedi prima del secondo il grido le sfuggì, attraversando la stanza due passi.
“Ehi,” disse, afferrandolo le sue spalle saldamente attraverso il coperte. “Mara, sei qui. Sei sicuro.” I suoi occhi erano aperti, ma no vederlo. Lottò contro l’aria, ansimando, le unghie che affondavano nelle sue stesse braccia come se cercando di liberarsi da qualcosa invisibile. Mi hanno legato le mani. Lei soffocato. “Non posso, non li sento.
” Jonah si sedette sul bordo del letto e la tirò su, lentamente e con fermezza, avvolgendola tra le sue braccia, nonostante il il modo in cui si è irrigidita al primo contatto. Lui gli ancorò le mani al petto, premendoli lì in modo che potesse sentire qualcosa di solido, qualcosa di reale. “Senti quello?” disse, a voce bassa, incrollabile.
Sono io. Non ci sei più. Lei il respiro balbettava. Si levò un singhiozzo, poi un altro. Lei si afflosciò dentro di lui, la fronte premette forte contro la sua clavicola, dita che gli stringevano la camicia come se fosse l’unica cosa a trattenerla a posto. Jonah la trattenne senza parlando, dondolandosi leggermente come lui una volta quando i vitelli nascevano troppo presto, e il freddo ha già provato a rubarteli la vita potrebbe sistemarsi.
A poco a poco, lei il tremore si attenuò. “Pensavo che l’avessero trovato me,” sussurrò con voce rauca. “Nessuno ti ho trovato”, disse Jonah. “E nessuno andando.” “Lei non ha risposto.” Ma lei la presa si strinse e lui conosceva la promessa contavano, anche se nessuno dei due del tutto ci credeva ancora.
Dopo quella notte, Mara smise di fingere di non avere paura. La tempesta fuori era passata, ma al suo posto era arrivato qualcos’altro, aspettando. Lei sussultò ai suoni Jonah con cui aveva vissuto tutta la vita. la crepa dello spostamento del ghiaccio sul tetto. Il lontano la corteccia di una volpe, anche il gemito della mulino a vento mezzo sepolto oltre l’altura.
Un pomeriggio, Jonah la trovò in piedi vicino alla porta, cappotto addosso, stivali allacciati. “Dove sei diretto?” chiese attentamente. “Lei non lo ha guardato.” “Ho bisogno di vedere esso.” “Vedi cosa?” “Il freddo”, ha detto. “Se non lo guardo, diventa più grande.” La studiò a lungo, allora annuì. Va bene, ma non da solo.
Loro uscimmo insieme. Il mondo era accecante. La neve si estendeva in ogni direzione, intatta, ad eccezione di stretto sentiero che Giona aveva scavato in mezzo capanna e fienile. L’aria bruciava entrando, ogni respiro acuto come vetro rotto. Mara inspirò e si bloccò. “È così tranquillo”, sussurrò.
“Quello è l’inverno ascoltando,” disse Jonah, decidendo se vale la pena tenerlo. Ha sbuffato a respiro che avrebbe potuto essere una risata. Rimasero lì fianco a fianco, al freddo mordendo gli strati fino alle dita è diventato insensibile. Quando si voltò verso cabina, lo fece senza farsi prendere dal panico. Il progresso, pensò Jonah, era fragile cosa.
Quella notte, mentre la neve cominciava a cadere ancora una volta, più leggero questa volta, costante e paziente, Mara parlò di cose che non aveva detto ancora nominato. Hanno detto che appartengo a stato, disse, fissando il fuoco. L’ha detto come se fosse gentilezza. Quello di Giona le mani si strinsero lentamente a pugno. Loro disse che l’inverno mi avrebbe insegnato l’obbedienza, ha continuato.
Detto freddo rende le persone onesto. Il freddo crea solo persone disperato, disse Jonah. Lei guardò lui, qualcosa che cercava nei suoi occhi. Cosa ti ha reso? La domanda indugiato. Sola, disse alla fine, lei sguardo addolcito, non per pietà, ma riconoscimento. Due giorni dopo arrivarono gli uomini. Giona vide loro per primi.
Forme scure che si muovono contro il bianco. Tre figure a cavallo tagliando il crinale verso est. Hanno guidato con uno scopo, non si sono persi, no vagando, cercando. Non ha detto nulla per prima cosa, ho semplicemente chiuso le persiane in silenzio, controllò il fucile e fece scorrere altri colpiin tasca. Mara lo guardò, in faccia pallido ma costante.
“Mi hanno trovato”, lei detto. “Non l’hanno fatto”, rispose Jonah. “Non ancora.” Qualcuno bussò alla porta, fermo, certo. Jonah si interpose Mara e il suono senza pensare. Quando lo aprì, il freddo e la neve si precipitarono insieme, seguito da un uomo a lungo mantello grigio, barba bordata di brina, occhi tagliente e valutativo.
Altri due si affiancavano lui, le mani vicino alle armi. “Siamo cerco una ragazza,” disse l’uomo con la voce educato nel modo di chi non è abituato a farlo essere rifiutato. “Più o meno così alto, scuro capelli. Risposte a Mara.” Jonah ha incontrato il suo guardare in modo uniforme. “Sei in privato terra.” L’uomo sorrise leggermente.
“E lei lo è proprietà del governo.” Dietro Giona, Mara trasse un sospiro. “No,” disse. “Io sono no.” Gli occhi dell’uomo sfrecciarono oltre Jonah, atterrando su di lei. La soddisfazione è sbocciata lì. “Eccoti”, disse. “Hai ha causato non pochi disagi.” Giona Sentii qualcosa di vecchio e pericoloso sistemarsi nelle sue ossa.
“Lei non se ne va” disse Jonah tranquillamente. L’uomo sospirò come se deluso. “Non capisci come questo funziona.” “Capisco l’inverno,” Giona rispose. “E capisco cosa succede agli uomini che si spingono troppo oltre impreparato.” Il silenzio si prolungò. Neve andava alla deriva tra di loro. Il sorriso dell’uomo sbiadito.
“Stai rendendo tutto più difficile di deve esserlo.” Jonah spostò il suo prendere leggermente posizione. Sottile, deliberato, bloccando completamente la porta. “Anche così te”, disse. Per un lungo momento, nessuno spostato. Poi l’uomo fece un passo indietro. “Divertite il tuo isolamento,” disse freddamente. “Inverno riscuote sempre i suoi debiti.
Cavalcarono via senza aggiungere altro, le loro tracce tagliando cicatrici scure sulla neve. Jonah chiuse la porta e appoggiò la propria fronte contro il legno, respiro pesante. Dietro di lui, Mara stava tremante, no con paura questa volta, ma qualcosa più feroce. Non dovevi farlo, lei detto.
Sì, rispose Jonah, voltandosi affrontarla. L’ho fatto. Fuori cadeva la neve più spesso, sigillando il mondo in bianco di nuovo. All’interno della cabina, qualcosa fragile e provocatorio ha messo radici. Inverno aveva fatto la sua mossa. Anche loro lo avevano fatto. La neve non si è fermato dopo che se ne sono andati. Esso ispessito, approfondito, ammorbidito il mondo finché la distanza stessa non sembrava irreale.
Giona guardò la cresta molto tempo dopo i cavalieri scomparso. Come se l’inverno potesse sputare li tirano fuori di nuovo, solo per dimostrare a punto. Solo quando la luce cominciò a diradarsi si è allontanato dalla finestra. Mara si alzò vicino al focolare, con le braccia avvolte stessa, con la mascella serrata.
Verranno di nuovo, ha detto. Sì, rispose Giona. Lo ha fatto non fingere il contrario. Ma non stasera. Quella notte, il freddo è arrivato più forte che prima. Il fuoco ha divorato la legna a ritmo avido, e Jonah lo nutrì fino al suo braccia ach. Il vento si alzò e cadde, si alzò e cadde, come qualcosa che respira fuori le mura.
La neve picchiettava sul tetto in percussioni costanti. La cabina scricchiolò, sistemandosi in se stesso. Mangiavano poco. Nessuno dei due aveva fame. Più tardi Mara si sedette il bordo del letto, tirandola stivali con attenta determinazione. “Cosa stai facendo?” chiese Jonah. Lei guardò su. Senza aspettare, studiò il suo viso, la risolutezza lì, sottile ma inflessibile.
“Va bene,” disse dopo un momento. “Allora lo facciamo insieme. Hanno fatto le valigie per tutta la notte. Solo ciò che contava: cibo, munizioni, coperte. Quello di Giona la vecchia bussola di mio padre, rotta ma fedele. Mara piegò il cappotto che aveva Jonah prima l’avvolse attorno a lei, lisciandola sembra come se fosse qualcosa di sacro.
Prima dell’alba uscirono. Il il mondo era cambiato di nuovo. I cumuli di neve si alzarono come muri, scolpiti dal vento in taglienti curve e angoli ciechi. Il cammino Giona era sparito, inghiottito intero. Il cielo era basso e pallido, leggero diffuso nel nulla. Mara ha disegnato a respiro e si ricompose.
In che modo? Ha chiesto. Jonah controllò la bussola, poi gli alberi, poi il pendio del terra sotto la neve. A sud-est, lui detto. C’è un burrone. Il vento lo sferza abbastanza pulito da poter passare. Si muovevano lentamente, deliberatamente, ogni passo testato, ciascuno il fiato bruciava. A metà mattina, il freddo artigliati nelle loro ossa.
Il burrone era più profondo di quanto Jonah ricordasse, il discesa insidiosa con ghiaccio nascosto sotto la polvere. Mara è scivolata una volta, aggrappandosi al braccio di Jonah, dita scavando a fondo. “Ti ho preso”, lui disse, facendosi forza. “Lo so”, rispose senza esitazione. Continuarono. Il il suono arrivò subito dopo mezzogiorno.
“Zoccoli, distante ma inconfondibile.” Mara si fermò. “Sono vicini.” Giona ascoltavo, con gli occhi chiusi, contavo battiti cardiaci tra i suoni. Tre, lui disse, forse quattro, stringendo la mascella. Io non ci torneremo. Non lo farai, disse Jonah semplicemente. Spinsero più forte, respirarono lacrimazione dai polmoni adesso.
Il burrone restringendosi, pareti che salgono ripide su entrambi lato. La neve cadde più pesante, addensando il aria, rubando visibilità. Quindi il il terreno cedette. Non tutto in una volta, semplicemente abbastanza. Mara gridò mentre il suo piede scivolava, il corpo si inclina in avanti. Jonah si lanciò, afferrandole il braccio, ma lo slancio si trascinò entrambi a terra.
Sono caduti nel vanno alla deriva insieme, rotolando forte. Neve riempire bocche, cappotti, pensieri. Giona colpire per primo. Il dolore divampò incandescentela sua spalla. Mara gli atterrò per metà addosso, stordito, ansimante. Sopra di loro, il burrone il muro incombeva, puro e liscio. Il suono degli zoccoli divenne più forte.
Jonah spinse se stesso in piedi nonostante il dolore, avvicinando Mara. “C’è una grotta,” lui disse, con il respiro affannoso. “10 metri quello piegarsi.” Lei annuì, confidando all’esterno domanda. Si muovevano all’unisono adesso, arrampicandosi nella neve alta fino alla cintola, muscoli che urlano, visionariamente silenziosi, tranne il respiro e il sangue.
Giona messo da parte il pennello incrostato di ghiaccio, rivelando una stretta apertura nella roccia. Poi ha spinto dentro Mara per primo lo seguì, trascinando rami e neve oscurare l’ingresso come meglio poteva. Si acquattarono nell’oscurità, cuori martellare. Qualche istante dopo, le ombre passarono l’apertura, voci ovattate, impazienti.
Sono andati da questa parte. Nessuna traccia. Il tempeste che li coprono. Il silenzio si prolungò. La mano di Mara trovò quella di Giona nel buio, dita strette, messa a terra. Alla fine, il le voci si affievolirono. Gli zoccoli si ritirarono. Inverno si chiuse di nuovo, suggellando il momento. Non si mossero per molto tempo.
All’interno della grotta il freddo era diverso. Ancora brutale, ma più silenzioso. Il tipo quello aspettato. Jonah si scrollò di dosso lo zaino, prima avvolse Mara in una coperta. “Stai tremando,” disse. “Anche tu,” lei rispose. Sorrise debolmente. Ore trascorsi o minuti. Il tempo ha perso significato. Quando emersero, il cielo aveva cominciato a sollevarsi chiaro.
La luce sanguina lentamente dentro il mondo. La tempesta aveva fatto quello che aveva fatto è venuto a fare e è andato avanti. Sono saliti fuori insieme, rigidi e doloranti, ma vivo. Il terreno oltre il burrone era in pendio dolcemente verso il basso ora. Alberi diradati, vento ammorbidito. Mara rimase lì, a guardare fuori a questo punto, il respiro annebbia l’aria.
ho pensato l’inverno mi avrebbe portato via, disse tranquillamente. Jonah si avvicinò a lei. È quasi successo. Si voltò verso di lui, con gli occhi luminoso di freddo e qualcos’altro, qualcosa guadagnato. “Ma non è stato così,” lei detto. “No,” concordò. “Non è stato così.” Loro camminavo mentre il sole saliva più in alto, debole, ma presente, che proietta lungo il blu ombre sulla neve.
Di sera, raggiunsero il confine di un insediamento, piccolo, nascosto contro la terra. il fumo si alza in sottili linee di speranza. Mara si fermò sull’altura sopra di esso, esitante. “Questo è abbastanza lontano,” disse. Giona la guardò. “Sei sicuro?” Lei annuì lentamente. “Posso scomparire qui per davvero.” Ha capito.
Rimasero lì un momento più a lungo, l’inverno preme vicino, ma no più crudele. Mara allora si fece avanti si voltò indietro, con voce sommessa. Di nuovo nel tempesta, disse: “Quando mi hai trovato, io pensavo che tu fossi qualcosa che ero io immaginando. Un modo per morire più facilmente.” Giona ingoiato. Incontrò i suoi occhi.
“Grazie per restare.” Le toccò la spalla, breve e costante. “Grazie per aver resistito su.” Lei sorrise, piccola, reale, e si voltò via, camminando verso il calore e luce. Jonah guardò finché lei scomparso tra gli edifici. Poi lui si voltò verso il bianco. Inverno governava ancora queste terre e lo avrebbe sempre fatto.
Ma da qualche parte nella sua vastità, spietato tranquillo, non era riuscito a prendere tutto. E questo Jonah lo sapeva















