“NON HO COLPE, NON SONO RESPONSABILE”
Le dichiarazioni di Jacques Moretti, i sospetti di fuga e i punti chiave dell’inchiesta sulla strage di Crans-Montana
«Non ho colpe, non sono responsabile. Ho fatto tutto ciò che era necessario per garantire la sicurezza». Con queste parole Jacques Moretti, proprietario dell’hotel-ristorante Constellation, ha aperto il suo lungo interrogatorio davanti al giudice e agli avvocati, nel procedimento giudiziario che mira a fare piena luce sulla strage di Crans-Montana. Un’audizione durata quasi dieci ore, svoltasi martedì 20 gennaio, che rappresenta uno dei momenti centrali dell’intera inchiesta.
Seduto davanti agli inquirenti, Moretti ha respinto con fermezza ogni accusa, ribadendo più volte di non ritenersi responsabile di quanto accaduto. Le sue dichiarazioni, in parte riportate dal Corriere della Sera, delineano una linea difensiva chiara: secondo l’imprenditore, tutte le misure di sicurezza richieste erano state rispettate e nessun segnale avrebbe potuto far presagire una tragedia di tali proporzioni.
“Anche noi siamo vittime”
Nel corso dell’interrogatorio, Jacques Moretti ha voluto sottolineare non solo la propria posizione giuridica, ma anche la dimensione personale della vicenda. «Anche noi siamo vittime di quello che è successo. Naturalmente non allo stesso livello delle persone morte e ferite, ma anche noi soffriamo profondamente», ha dichiarato.
Una frase che ha suscitato forti reazioni nell’opinione pubblica. Da un lato, c’è chi vi ha visto il tentativo di ricordare che l’impatto della tragedia non ha risparmiato nemmeno i gestori della struttura; dall’altro, chi ha giudicato queste parole inopportune, considerando l’entità delle perdite umane. Tuttavia, Moretti ha insistito su questo punto, ribadendo che l’evento ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia.
L’ipotesi di lasciare la Svizzera
Uno degli aspetti più delicati emersi nel corso dell’indagine riguarda la possibilità che Jacques Moretti e sua moglie Jessica abbiano preso in considerazione l’idea di lasciare la Svizzera dopo la strage. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Bild, Moretti avrebbe contattato una società di noleggio di jet privati per valutare un’eventuale partenza dal Paese.
Questa informazione, pur non costituendo di per sé una prova di colpevolezza, ha contribuito ad alimentare i sospetti della magistratura e a rafforzare l’ipotesi di un rischio di fuga. È proprio per questo motivo che Jacques Moretti si trova attualmente in detenzione preventiva, in attesa di ulteriori sviluppi giudiziari.
Le candele scintillanti e la responsabilità del personale
Tra i punti affrontati durante l’interrogatorio, uno dei più discussi riguarda le cosiddette “candele scintillanti” portate in sala dal personale. Secondo gli inquirenti, queste avrebbero potuto rappresentare un elemento di rischio in un ambiente chiuso e affollato.
Moretti ha spiegato la sua posizione in modo netto: «Quelle candele sono state portate dal personale. Non è stata una mia iniziativa». Ha poi aggiunto: «Non le ho mai proibite, è vero, ma non sono state una mia idea».
Questa precisazione evidenzia uno dei nodi centrali dell’inchiesta: il confine tra responsabilità diretta del titolare e iniziative adottate autonomamente dai dipendenti. Sebbene Moretti non neghi di essere stato a conoscenza della pratica, sostiene di non averla mai promossa né organizzata personalmente.
“Non potevo immaginare una tragedia simile”
Durante l’interrogatorio, Moretti ha più volte ribadito di non aver mai immaginato un simile epilogo. «Non potevo immaginarlo… tutti i controlli erano stati effettuati regolarmente», ha dichiarato, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera.
Questa affermazione rappresenta uno dei pilastri della sua difesa: l’assenza di segnali di allarme e la convinzione che la struttura fosse conforme alle normative vigenti. Secondo Moretti, nessuna ispezione precedente aveva mai evidenziato criticità tali da richiedere interventi urgenti o modifiche strutturali.
I pannelli del soffitto sotto esame
Un altro elemento chiave dell’indagine riguarda i pannelli del soffitto, attualmente oggetto di verifiche da parte dell’Ufficio del Pubblico Ministero. Gli inquirenti stanno valutando se il materiale utilizzato fosse adeguato dal punto di vista della sicurezza antincendio.
Moretti ha spiegato: «Ho acquistato quel tipo di schiuma, ma nessuno mi ha mai detto che fosse infiammabile. Durante i controlli, nessuno ha mai contestato il rivestimento del soffitto».
Anche in questo caso, la sua posizione è chiara: egli sostiene di essersi affidato a materiali disponibili sul mercato e di non essere mai stato avvertito di eventuali rischi. La Procura, tuttavia, sta cercando di accertare se vi sia stata negligenza o una sottovalutazione delle caratteristiche del materiale utilizzato.
La sedia davanti all’uscita
Tra i dettagli emersi figura anche la presenza di una sedia che ostruiva una possibile via di fuga. Su questo punto, Moretti ha dichiarato: «È stato un cliente a metterla lì il giorno prima».
Una spiegazione che apre interrogativi sulla vigilanza interna e sulla gestione quotidiana degli spazi. Anche se l’ostruzione fosse stata causata da un cliente, resta da chiarire perché non sia stata rimossa e perché nessuno se ne sia accorto prima dell’evento.
La porta chiusa al piano terra
Altro nodo centrale riguarda una porta al piano terra, trovata chiusa al momento della tragedia. Alla domanda se fosse bloccata, Moretti ha risposto: «Sì, era chiusa, ma non so perché. E comunque era una porta per il personale, non un’uscita di emergenza».
Questa distinzione potrebbe risultare decisiva nel corso del procedimento giudiziario. La magistratura dovrà stabilire se quella porta potesse comunque rappresentare una via di fuga e se la sua chiusura abbia avuto un ruolo nella dinamica dei fatti.
La stanchezza e la richiesta di interrompere l’interrogatorio
Dopo quasi dieci ore di domande, Jacques Moretti ha manifestato un evidente stato di affaticamento. «Non mangio, non dormo in prigione, sono molto stanco. Non voglio continuare l’interrogatorio domani mattina», ha dichiarato.
Parole che restituiscono l’immagine di un uomo sotto forte pressione psicologica, detenuto e sottoposto a un’indagine che potrebbe avere conseguenze pesantissime sulla sua vita personale e professionale.
L’audizione di Jessica Moretti
Il giorno successivo, mercoledì 21 gennaio, è stata ascoltata anche Jessica Moretti, moglie di Jacques. La sua audizione rappresenta un ulteriore tassello nell’inchiesta, che mira a chiarire il ruolo di entrambi nella gestione della struttura e nelle decisioni prese prima e dopo la tragedia.
“La famiglia Moretti ha valutato la fuga?”
La questione del possibile tentativo di fuga è tornata al centro dell’attenzione dopo la diffusione di una lettera citata dal quotidiano Bild. Secondo quanto riferito, l’avvocata delle parti civili, Nina Fournier, avrebbe informato l’Ufficio del Procuratore del Vallese di essere venuta a conoscenza del fatto che, dopo la strage, la coppia avrebbe «contattato una compagnia di noleggio di aerei privati» per lasciare la Svizzera.
Fournier ha chiesto formalmente l’apertura di un’indagine per identificare la compagnia aerea eventualmente contattata dalla direzione del bar-ristorante. Questo elemento è stato determinante nella decisione di mantenere Jacques Moretti in detenzione preventiva, proprio a causa del rischio di fuga.
La smentita di Jacques Moretti
Di fronte a queste accuse, Jacques Moretti ha sempre negato con fermezza qualsiasi intenzione di scappare. Durante un’udienza preliminare davanti al giudice Christian Roten del Tribunale delle misure coercitive di Sion, pochi giorni dopo il suo arresto, ha dichiarato: «Non ho mai pensato di fuggire. Quest’idea non mi è mai nemmeno passata per la testa».
Moretti ha aggiunto: «La mia famiglia e i miei amici sono qui. Non ho una vita altrove, perché la mia vita è qui». E ancora: «Se dovessi trovare un lavoro mentre aspetto l’esito del procedimento, lo farò. Amo troppo la mia famiglia per metterla in pericolo con un’azione del genere».
Un’inchiesta ancora aperta
L’inchiesta sulla strage di Crans-Montana è tutt’altro che conclusa. Le dichiarazioni di Jacques Moretti delineano una difesa basata sull’assenza di colpa e sull’osservanza delle regole, ma spetta ora alla magistratura stabilire se queste affermazioni troveranno riscontro nei fatti.
Tra perizie tecniche, testimonianze e verifiche documentali, la giustizia è chiamata a ricostruire con precisione quanto accaduto e a individuare eventuali responsabilità. Nel frattempo, il caso continua a scuotere l’opinione pubblica, mantenendo alta l’attenzione su una tragedia che ha segnato profondamente Crans-Montana e l’intera Svizzera.















