Meloni nel 2025: dall’underdog al potere, quando governare significa scegliere (e deludere)
Nel 2022 Giorgia Meloni era l’underdog della politica italiana: una leader arrivata al governo dopo anni di opposizione, capace di intercettare rabbia, disillusione e desiderio di rottura con l’establishment. Nel 2025, però, quella narrazione sembra essersi incrinata. Non perché il consenso sia evaporato di colpo, ma perché la distanza tra le promesse del passato e le decisioni del presente è diventata sempre più visibile, soprattutto agli occhi del suo stesso elettorato.
Governare, si sa, è un esercizio molto diverso dal protestare. Ma nel caso di Meloni il passaggio è stato particolarmente delicato, perché la sua forza politica si era costruita proprio sull’idea di coerenza, di identità forte, di “dire ciò che gli altri non hanno il coraggio di dire”. Oggi, invece, una parte crescente dell’opinione pubblica percepisce un cortocircuito tra il linguaggio della campagna permanente e la realtà di un governo costretto a compromessi, vincoli internazionali e scelte impopolari.

Il primo nodo è simbolico: la Meloni di governo non può più essere la Meloni dell’opposizione. Eppure, molti dei suoi slogan continuano a vivere nello spazio comunicativo come se nulla fosse cambiato. “Prima gli italiani”, “difesa della sovranità”, “basta tecnocrati”, “no ai diktat esterni”: frasi che hanno funzionato come potenti catalizzatori emotivi, ma che oggi faticano a tradursi in politiche coerenti senza scontrarsi con la complessità del contesto economico e geopolitico.
Questa frattura è particolarmente evidente sul piano economico e sociale. Una parte della base che aveva creduto in un cambio di paradigma si ritrova ora davanti a decisioni percepite come prudenti, se non addirittura conservative. Il linguaggio resta spesso duro, identitario, ma i provvedimenti appaiono a molti come adattamenti forzati a una realtà che non consente strappi radicali. Il risultato è una sensazione diffusa di disorientamento: non tanto un rifiuto netto del governo, quanto una crescente difficoltà a riconoscersi pienamente in esso.
Un altro elemento critico riguarda la comunicazione politica. Meloni ha costruito il suo successo su una relazione diretta con il pubblico, basata su messaggi semplici, spesso emotivi, capaci di creare un forte senso di appartenenza. Oggi però quella stessa strategia rischia di diventare un boomerang. Quando il racconto resta epico ma la realtà quotidiana è fatta di rinvii, compromessi e scelte tecniche, la dissonanza cognitiva diventa inevitabile. Gli elettori più fedeli iniziano a chiedersi se il problema sia la comunicazione che non racconta tutta la verità, o la politica che non riesce a mantenere le promesse.
La divisione interna all’elettorato è forse il segnale più preoccupante per Palazzo Chigi. Da un lato c’è chi difende Meloni sostenendo che “non può fare tutto e subito”, che i vincoli ereditati sono enormi e che il cambiamento richiede tempo. Dall’altro c’è chi comincia a parlare apertamente di tradimento, di normalizzazione, di resa al sistema che si voleva combattere. Non è ancora una frattura irreversibile, ma è una crepa che si allarga lentamente.
Anche sul piano internazionale la leader di Fratelli d’Italia si muove su un terreno scivoloso. Il profilo istituzionale, più moderato e dialogante, è stato apprezzato da alcuni come segno di maturità politica. Altri, invece, lo vivono come l’abbandono di una postura sovranista che aveva rappresentato un tratto identitario forte. Ancora una volta, non è tanto la scelta in sé a generare tensione, quanto la difficoltà di conciliarla con la narrazione originaria.

Il punto centrale è che Meloni oggi non è più solo un simbolo, ma una premier chiamata a produrre risultati. E quando i risultati tardano o appaiono ambigui, il mito dell’outsider si logora. L’underdog funziona finché combatte contro qualcuno; al governo, invece, diventa inevitabilmente parte del sistema che prima criticava. È una trasformazione che molti leader populisti hanno vissuto, spesso pagando un prezzo elevato in termini di credibilità.
Non va però sottovalutata la resilienza politica di Meloni. La sua capacità di adattamento, il controllo della comunicazione e una opposizione frammentata le consentono ancora margini di manovra significativi. Ma il 2025 sembra segnare un passaggio chiave: o riuscirà a ridefinire il proprio racconto, spiegando con maggiore chiarezza le scelte compiute e i limiti reali dell’azione di governo, oppure il rischio è quello di restare intrappolata tra ciò che prometteva di essere e ciò che inevitabilmente è diventata.
In fondo, la crisi che attraversa il consenso meloniano non è solo politica, ma narrativa. È la crisi di un racconto che ha funzionato in opposizione ma fatica a reggere alla prova del potere. E in un’epoca in cui la politica è anche, se non soprattutto, costruzione di senso, smarrire la rotta significa prima di tutto smarrire la fiducia di chi aveva creduto che questa volta sarebbe stato davvero diverso.
La domanda che resta aperta non è se Meloni abbia fallito, ma se saprà trasformare questa fase di disorientamento in un nuovo equilibrio. Perché governare non significa solo scegliere, ma anche avere il coraggio di dire quando e perché quelle scelte non coincidono più con gli slogan del passato.
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