Il DNA sulle unghie di Chiara Poggi: perché l’incidente probatorio riapre interrogativi mai davvero chiusi
A distanza di diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso di Garlasco torna al centro del dibattito giudiziario e scientifico. Non per una “prova regina”, né per una svolta clamorosa, ma per qualcosa di più sottile e, forse proprio per questo, più destabilizzante: la cristallizzazione definitiva di dati genetici che per anni sono stati minimizzati, contestati o archiviati come inutilizzabili.
Il cuore della questione è il DNA rinvenuto sulle unghie della vittima, oggetto di un contrasto tecnico che affonda le radici nel 2014 e che oggi, grazie a un incidente probatorio, viene finalmente fissato in modo formale e irreversibile nel fascicolo processuale.

Un contrasto scientifico che nasce nel 2016
Già nel 2016, alcuni consulenti avevano sostenuto che quel DNA fosse comparabile. A quell’epoca, però, la posizione venne liquidata come “non scientificamente solida” o come frutto di una consulenza di parte. La Procura scelse allora di archiviare, ritenendo non dirimente il dato genetico.
Oggi, però, lo scenario è cambiato. Il professor Ricci, il professor Re, il professor Previdere, la dottoressa Grignani e infine la dottoressa Albani sono giunti, indipendentemente, alle stesse conclusioni: quel DNA non può essere semplicemente gettato nel cestino.
Ed è proprio per risolvere il contrasto che la Procura ha chiesto un incidente probatorio, con un obiettivo chiaro: cristallizzare i risultati e renderli immediatamente utilizzabili in un eventuale processo futuro.
Le novità emerse: cosa dice davvero il DNA
Contrariamente a quanto sostenuto da alcune letture mediatiche riduttive, l’incidente probatorio ha prodotto novità rilevanti.
Il DNA rilevato:
esclude Alberto Stasi, in modo netto;
non esclude la linea paterna della famiglia Sempio, con:
12 regioni genetiche leggibili su 12 sul quinto dito della mano destra;
10 regioni compatibili su 16 sul primo dito della mano sinistra;
evidenzia inoltre un ulteriore profilo genetico ignoto, oggi non attribuibile.
La dottoressa Albani è stata definita “prudente ma puntuale”: non ha mai parlato di prova definitiva, ma ha stabilito un punto fermo fondamentale. Quel DNA, nella quantità di 5 microlitri, è utilizzabile per comparazioni.
Se davvero non lo fosse stato, sarebbe bastato — come osservato con lucidità — scrivere tre pagine per escluderlo. Invece ne è stata redatta una perizia articolata, piena di cautele, ma che non nega il valore informativo del dato.
Il nodo delle “repliche” e la bozza di verbale dimenticata
Uno degli aspetti più controversi riguarda le cosiddette “repliche”. Per anni si è sostenuto che il DNA non fosse consolidato perché le repliche avevano dato risultati diversi. L’incidente probatorio chiarisce però un punto decisivo: non si trattava di repliche alle medesime condizioni, ma di analisi effettuate con quantitativi differenti di DNA.
Non solo. Riappare ora una bozza di verbale dell’11 settembre 2014, mai formalizzata ma acquisita agli atti, in cui si legge chiaramente che:
il DNA da 5 microlitri è comparabile;
è previsto persino un calcolo biostatistico.
Quella bozza non è firmata dal perito, ma elenca i presenti e fotografa un momento in cui tutti erano d’accordo sull’utilizzabilità del profilo. Nella perizia finale, però, quella posizione cambia. Ed è proprio questo scarto che oggi solleva interrogativi.
“Sulle unghie”, non “sotto le unghie”
Un altro chiarimento fondamentale riguarda la terminologia. Parlare di DNA “sotto le unghie” è scorretto. Come sottolineato dalla dottoressa Albani, il RIS nel 2007 effettuò un tampone subungueale senza trovare nulla. Il DNA in questione è stato recuperato sulle unghie, tramite una tecnica di lavaggio e risospensione.
Questo dettaglio non è marginale: cambia completamente la lettura del cosiddetto “DNA da background”. Gli studi citati dimostrano che il DNA stratificato sotto le unghie appartiene in genere a conviventi o familiari, non a soggetti esterni e saltuari.
Chiara Poggi conduceva una vita normale, si lavava le mani, i capelli, utilizzava acqua e detergenti. Pensare che quel DNA sia rimasto lì per giorni tramite un contatto casuale con un oggetto appare, per molti esperti, possibile ma altamente improbabile.
Un dato che non accusa, ma che esclude
Nessuno sostiene che il DNA rappresenti la “pistola fumante”. Ma è un tassello incompatibile con la ricostruzione che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi.
Stasi era in casa la sera prima dell’omicidio. Eppure:
il suo DNA non è presente sulle unghie;
compare solo su oggetti coerenti con il contesto (dispenser, cartone della pizza);
mentre su un frammento di tappetino del bagno, insanguinato, emerge il DNA del padre di Chiara Poggi — dato logico, perché convivente.
Il problema, dunque, non è la presenza del DNA Y, ma la sua coerenza con il contesto.
Una riflessione finale: scienza, tempo e responsabilità
Dopo 18 anni, molti reperti sono scomparsi, distrutti o degradati. Ricostruire la dinamica è infinitamente più difficile. Le perizie medico-legali, la BPA, le analisi fotografiche non potranno mai restituire l’immediatezza del 2007.
E proprio per questo, come ricordato con forza nel dibattito, serve cautela assoluta. Qui non si gioca a fare gli opinionisti. Si parla di persone in carcere, di altre coinvolte dopo anni, di vite sospese.
Il DNA sulle unghie di Chiara Poggi non riscrive da solo la storia, ma oggi è finalmente ciò che avrebbe dovuto essere fin dall’inizio: un dato scientifico riconosciuto, contestualizzato e non più rimosso.
Il resto spetterà alla giustizia. Ma una cosa è ormai certa: quel tassello, messo nel 2016 e ignorato, oggi è tornato al centro del mosaico.















