Guerriglia urbana a Torino: scontri violenti alla marcia pro Askatasuna, feriti, arresti e condanna bipartisan

Guerriglia urbana a Torino: scontri violenti alla marcia pro Askatasuna, feriti, arresti e condanna bipartisan


Una manifestazione che doveva essere pacifica si è trasformata in una delle giornate più drammatiche e violente nella recente storia delle proteste italiane. Quel che era stato indetto come un corteo di solidarietà per il centro sociale Askatasuna, a Torino, è degenerato in scontri di guerriglia urbana con feriti, agenti aggrediti, giornalisti sotto attacco, arresti e una pioggia di reazioni istituzionali e politiche.

La polizia ha reso noto che circa trenta agenti sono rimasti feriti durante gli scontri, alcuni dei quali gravemente, e almeno dieci manifestanti sono stati arrestati. Tra i fatti più scioccanti, un agente è stato accerchiato da un gruppo di manifestanti e colpito con calci, pugni e persino un martello, mentre una troupe televisiva della RAI è stata aggredita mentre stava documentando gli sviluppi della protesta.


La marcia: da protesta a guerriglia urbana

La manifestazione di sabato 31 gennaio 2026 era stata indetta per protestare contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, occupato da quasi trent’anni nel quartiere Vanchiglia di Torino. Al corteo hanno partecipato diverse migliaia di persone, con stime variabili tra 15.000 secondo la polizia e 50.000 secondo gli organizzatori.

Inizialmente la marcia si è svolta senza grandi problemi, con persone di tutte le età che hanno percorso le vie della città. Tuttavia, quando parte dei manifestanti si è diretta verso Corso Regina Margherita – nei pressi dell’ex sede del centro sociale – la situazione è precipitata. Gruppi di antagonisti, alcuni con il volto coperto, hanno iniziato a lanciare oggetti contundenti, fumogeni e bombe carta, arrivando anche a incendiare cassonetti e un mezzo blindato della polizia.


L’escalation di violenza

A quel punto, la protesta è degenerata in una vera e propria guerriglia urbana. Alcuni manifestanti hanno usato mobili da strada, piante sradicate e altri oggetti come armi improvvisate. Le forze dell’ordine hanno risposto con gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e cariche per disperdere la folla, ma il confronto è durato oltre un’ora e mezza.

Nel corso degli scontri, un poliziotto di 29 anni – identificato come Alessandro Calista – è stato circondato e selvaggiamente picchiato da un gruppo di manifestanti, che lo hanno preso a calci e colpito con attrezzi contundenti prima che un collega riuscisse a intervenire e portarlo in salvo. Il poliziotto è stato poi ricoverato con ferite multiple e ha ricevuto le cure del caso.

Anche una troupe di giornalisti della RAI, impegnata nella copertura degli eventi, è stata aggredita da parte dei manifestanti. Macchine da presa e attrezzature sono state danneggiate mentre il team cercava di riprendere gli scontri, suscitando forti reazioni nel mondo dell’informazione.


Il bilancio degli scontri

I dati raccolti dalle autorità parlano di:

Circa 30 agenti feriti, molti dei quali hanno dovuto ricorrere a cure mediche.

10 persone arrestate durante e dopo gli scontri.

Giornalisti aggrediti e attrezzature danneggiate.

Danni diffusi alle infrastrutture urbane, tra incendi, cassonetti ribaltati e proprietà private o pubbliche colpite.

Le immagini diffuse sui social, in particolare quella del poliziotto accerchiato e preso a calci e pugni, hanno fatto rapidamente il giro d’Italia, suscitando incredulità, condanna e allo stesso tempo dibattito su come tali violenze possano accadere in un contesto di protesta.


Reazioni politiche forti: Meloni e Piantedosi condannano gli attacchi

La risposta delle istituzioni è stata netta e immediata. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha condannato duramente gli episodi, definendo quanto avvenuto “serio e inaccettabile” e parlando di “violenti attacchi con l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo rappresenta.” Secondo Meloni, l’evacuazione di un immobile occupato illegalmente è stata trasformata da alcuni gruppi in un pretesto per scatenare violenze, incendi e aggressioni organizzate contro le forze dell’ordine.

Le parole della premier non lasciano spazio a interpretazioni: a suo giudizio, non si trattava più di dissenso o protesta politica, ma di azioni tese a intimidire lo Stato italiano e minare il principio stesso di convivenza civile.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha descritto i manifestanti violenti come “una minaccia per la democrazia”, sostenendo che tali gruppi si nascondono dietro il diritto di protesta per attuare azioni criminali contro l’ordine pubblico. Le sue dichiarazioni arrivano mentre il governo prevede di rafforzare ulteriormente le norme sulla sicurezza per garantire manifestazioni pacifiche in futuro.


Mattarella al fianco delle forze dell’ordine

A margine dei fatti, il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha voluto esprimere solidarietà alle forze dell’ordine e in particolare all’agente ferito durante gli scontri. Mattarella ha telefonato al ministro Piantedosi, sottolineando la vicinanza delle massime istituzioni della Repubblica a chi rischia la vita per mantenere l’ordine pubblico.

La chiamata del Presidente della Repubblica è un messaggio chiaro: il sostegno alle forze dell’ordine non è solo politico, ma anche umano e istituzionale, soprattutto in un momento in cui le immagini della violenza urbana hanno messo in discussione la sicurezza delle città italiane.


Il sindaco Lo Russo: “Scene impressionanti, la città non merita questo”

Dal fronte locale, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha descritto le immagini degli scontri come “fortemente impressionanti e inaccettabili”. Lo Russo ha effettuato un sopralluogo nel quartiere Vanchiglia e ha visitato gli agenti feriti insieme alle autorità regionali, esprimendo anche la decisione del Comune di costituirsi parte civile contro i responsabili dei disordini.

In una dichiarazione ai media, il sindaco ha sottolineato che Torino non merita scene di guerriglia e violenza urbana, e che è necessario un forte impegno collettivo per ripristinare il rispetto della legge e la sicurezza nei quartieri cittadini.


Condanna bipartisan e reazioni trasversali

La gravità degli eventi ha portato a una condanna trasversale da parte di diverse forze politiche. Esponenti di partiti di maggioranza e opposizione hanno ribadito il fronte comune contro la violenza, sottolineando l’importanza di tutelare la libertà di manifestazione, ma anche di condannare senza ambiguità ogni forma di aggressione e devastazione.

Anche parlamentari della Lega hanno espresso piena solidarietà alla polizia e ai giornalisti aggrediti, definendo gli attacchi inaccettabili e auspicando misure più efficaci contro gruppi violenti che sfruttano le proteste come copertura per azioni criminali.


Il punto di vista dei manifestanti

Nonostante la condanna generale della violenza, è importante ricordare che non tutti i partecipanti alla marcia erano coinvolti negli scontri. Molti manifestanti hanno dichiarato di essere scesi in piazza per esprimere dissenso contro lo sgombero di Askatasuna e per protestare pacificamente contro decisioni che considerano ingiuste.

Tuttavia, la presenza di gruppi antagonisti e autonomi, molti dei quali con il volto coperto e intenzioni chiaramente conflittuali, ha reso difficile per le autorità distinguere tra manifestanti pacifici e chi cercava lo scontro. Questo elemento ha in parte complicato la gestione dell’ordine pubblico e contribuito alla degenerazione della protesta.


Le immagini virali e la percezione dell’evento

I video e le fotografie diffuse sui social hanno avuto un ruolo chiave nella diffusione della notizia e nella formazione dell’opinione pubblica. In particolare, le immagini di un agente circondato, a terra e preso a martellate, sono diventate simbolo della gravità della giornata di scontri.

Parallelamente, i video dell’aggressione alla troupe RAI hanno rilanciato il dibattito sulla libertà di stampa e il rispetto dovuto ai giornalisti che documentano eventi pubblici, anche nei momenti di tensione più elevata.


Dibattito nazionale: sicurezza, proteste e libertà civile

Gli scontri per Askatasuna hanno rapidamente superato i confini cittadini per diventare un tema di discussione nazionale. Da più parti si è sollevato il problema del limite tra legittima protesta e azione violenta, nonché la necessità di nuove norme sulla sicurezza per prevenire simili degenerazioni in futuro.

Mentre alcuni sostengono che le libertà civili e il diritto di manifestare debbano sempre essere protetti, altri invocano strumenti giuridici più severi per contrastare chi, mascherandosi dietro il dissenso, utilizza la violenza come mezzo di comunicazione.


Conclusione: una città sotto shock e una riflessione aperta

La giornata di scontri a Torino ha lasciato ferite materiali e simboliche. Decine di agenti feriti, giornalisti aggrediti, danni diffusi e una città scossa da eventi che pochi avrebbero immaginato potessero verificarsi in una manifestazione di protesta.

Le reazioni istituzionali – dalla condanna di Meloni alla solidarietà di Mattarella, fino alla presa di posizione del sindaco Lo Russo – delineano un quadro di unanime rigetto della violenza, ma anche di consapevolezza che fatti del genere impongono un riesame profondo delle modalità di gestione delle proteste e della convivenza civile.

In un momento in cui l’Italia è chiamata a confrontarsi con tensioni sociali crescenti, la vicenda di Askatasuna rappresenta un monito forte: la difesa della democrazia e della legalità passa anche attraverso il rispetto delle regole, della sicurezza e della libertà di tutti, manifestanti e cittadini compresi.