Falsissimo. Il teatro del vero. Quando lo scandalo diventa copione: Fabrizio Corona e Maristel Polanco tra confessione, performance e potere
L’aria è densa, carica di una tensione quasi tangibile, illuminata da luci soffuse che ricordano più un set teatrale che uno studio televisivo tradizionale. Siamo nella redazione di Falsissimo, il programma ideato e condotto da Fabrizio Corona, un format che sfugge alle definizioni classiche. Qui Corona non è più soltanto l’ex re dei paparazzi, il personaggio eccessivo e provocatorio che ha dominato per anni il sottobosco del gossip italiano, ma assume i panni di un narratore di retroscena, di un demistificatore che si muove sul confine instabile tra inchiesta, spettacolo e performance mediatica.
In questa puntata, però, Corona non è solo. Al suo fianco c’è Maristel Polanco, volto storico di Verissimo, ex inviata di punta di Mediaset, una donna con un passato professionale complesso, segnato da successi improvvisi, silenzi prolungati, cadute difficili e ritorni carichi di significato. Il loro incontro non è affatto casuale. È la prima tappa di un’inchiesta annunciata e lungamente attesa su Alfonso Signorini, figura centrale e simbolica del sistema televisivo italiano. Ma ciò che accade in studio va ben oltre il semplice reportage o la promessa di rivelazioni future.

La scintilla scocca all’improvviso, o forse con una precisione fin troppo studiata. Durante un momento che appare spontaneo, Fabrizio Corona pronuncia una frase destinata a rimanere impressa:
“Meristel, tu sei una che pur di lavorare a Mediaset avrebbe fatto la gentile con tutti.”
Il tono è apparentemente scherzoso, ma il sottotesto è pesante come un macigno. È un’allusione che richiama un immaginario ben noto nel mondo dello spettacolo: favoritismi, compromessi taciti, scambi non dichiarati. Non è la prima volta che simili insinuazioni colpiscono una donna che lavora in televisione. Basta un sorriso di troppo, una presenza costante, una carriera che avanza, perché si costruiscano narrazioni che viaggiano molto più veloci della verità.
Maristel Polanco, però, non reagisce come ci si aspetterebbe. Non smentisce con freddezza, non minaccia querele, non assume il ruolo della vittima. Fa qualcosa di radicalmente diverso: trasforma l’accusa in un atto performativo. Si alza, guarda dritto in camera, fissa Corona e pronuncia una frase destinata a diventare virale:
“Io sono una che va direttamente da Dio senza passare dai santi.”
Poi affonda il colpo con una domanda retorica che ribalta completamente il senso dell’accusa:
“Secondo te, Fabrizio, se io sono da Dio, che lo prendo da sotto, cosa vado a fare a Mediaset a fare la gentile con il cameraman, il produttore o il regista?”
Lo studio si immobilizza. Il pubblico trattiene il fiato. Quella frase non è solo una risposta: è un capolavoro di retorica popolare, ironica, sacrale e profondamente politica. Utilizza un linguaggio semplice, quasi dialettale, ma carico di un simbolismo potente. “Andare da Dio senza passare dai santi” non è soltanto un modo di dire. È una dichiarazione di autonomia morale, un rifiuto netto delle mediazioni opache, una rivendicazione di integrità personale.
Nella cultura cattolica italiana, i santi sono intermediari, figure che facilitano l’accesso, che aprono porte, ma che simbolicamente possono anche rappresentare compromessi, favori, debiti. Dire “vado direttamente da Dio” equivale a dire: non ho bisogno di raccomandazioni, non ho bisogno di scendere a patti, non devo nulla a nessuno.
Fabrizio Corona non si irrigidisce. Al contrario, sorride, la abbraccia, la accoglie non come un’ospite, ma come una protagonista. Ed è qui che nasce il dubbio: è stato davvero uno scontro spontaneo o un momento costruito con precisione chirurgica? Uno sketch narrativo studiato per innescare qualcosa di più grande?
Le settimane successive sembrano confermare la seconda ipotesi. Su Instagram, Maristel Polanco pubblica un video che suona come un avvertimento:
“A febbraio scoppia il nuovo scandalo a Mediaset. Questa puntata è solo l’antipasto.”
Il tono è serio, quasi solenne, in netto contrasto con l’ironia di Falsissimo. Fabrizio rincara la dose:
“Noi non puntiamo ai pesci piccoli. Noi puntiamo solo ai pesci grossi.”
Per chi conosce la storia recente del programma, il riferimento è chiarissimo. Dopo aver portato alla luce presunti tradimenti di Fedez, dopo aver rivelato l’esistenza di Angelica Montini, dopo aver ricostruito la crisi tra Francesco Totti e Ilary Blasi, dopo aver raccontato storie di infedeltà attribuite a figure di primissimo piano dello spettacolo, Falsissimo ha alzato l’asticella. La domanda non è più “chi”, ma “come” e “perché”.
Perché Falsissimo non è soltanto gossip. È un esperimento sociale, una riflessione sul potere mediatico, sull’illusione della trasparenza e sulla contraddizione profonda tra verità e spettacolo. Corona lo ammette senza ipocrisie:
“Le puntate le faccio controllare dal codice penale.”
Ogni parola è calibrata, ogni frase è costruita per essere legalmente inattaccabile ma emotivamente devastante. E in questo gioco, Maristel Polanco non è più una semplice testimone. Sta diventando coautrice del racconto. Il suo libro in uscita a febbraio non sarà solo un memoir, ma un documento, un atto di denuncia, forse una vendetta intellettuale.
Ma c’è un livello ancora più profondo. Questo episodio racconta qualcosa di essenziale sulla società contemporanea. Viviamo in un’epoca in cui la verità non coincide più con ciò che è accaduto, ma con ciò che viene messo in scena come accaduto. Lo scandalo non esiste finché non viene rappresentato. La rivelazione non ha valore se non è confezionata in un formato virale.
Ecco perché Falsissimo è un titolo geniale. Non perché tutto sia falso, ma perché oggi la verità ha bisogno di una messa in scena per essere creduta. La frase di Maristel, “vado da Dio senza passare dai santi”, non è solo una battuta. È un atto di autodeterminazione femminile, un gesto politico mascherato da confessione personale.
In un sistema che spesso chiede alle donne di essere riconoscenti, docili, compiacenti, lei rifiuta quella maschera. E lo fa nel luogo più esposto possibile: davanti a una telecamera. Questo non è gossip. È teatro civile. È potere narrativo. E forse, in un mondo dove tutto è mediato, negoziato e corrotto, andare “direttamente da Dio” è l’ultima forma di libertà rimasta.















