Delitto di Garlasco, la madre di Chiara Poggi: “Troppo presto per vedere Stasi fuori dal carcere”. Tra diritti, dolore e giustizia, una ferita mai rimarginata

Delitto di Garlasco, la madre di Chiara Poggi: “Troppo presto per vedere Stasi fuori dal carcere”. Tra diritti, dolore e giustizia, una ferita mai rimarginata


Il caso del delitto di Garlasco continua a riemergere con forza nel dibattito pubblico italiano, anche a distanza di molti anni. Una vicenda giudiziaria che non ha mai smesso di far discutere, di dividere l’opinione pubblica e, soprattutto, di riaprire una ferita profonda per chi ha perso una figlia, una sorella, una persona amata. Oggi, a riportare l’attenzione sul caso è la possibilità che Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi, possa ottenere il permesso di lavorare all’esterno del carcere durante il giorno.

Una prospettiva che ha suscitato reazioni immediate, in particolare da parte di Rita Preda, madre di Chiara, che con parole misurate ma cariche di dolore ha espresso il suo punto di vista: “Mi sembra un po’ presto”. Una frase semplice, pronunciata senza rabbia, ma che racchiude il peso di quattordici anni di assenza, di processi, di attese e di ricordi che non smettono di far male.

Le parole di una madre

“Se la legge lo consente, non possiamo dire nulla”, ha detto Rita Preda, mostrando ancora una volta un equilibrio che colpisce. Ma subito dopo ha aggiunto ciò che per una madre è inevitabile: “Da madre, certo, mi sembra un po’ presto”. Non è una dichiarazione polemica, né un attacco personale. È l’espressione di una sofferenza che convive, ogni giorno, con il senso di ingiustizia percepito da chi si trova “dall’altra parte” del sistema giudiziario.

Rita sottolinea un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’attenzione della legge verso il recupero del colpevole e, al contrario, la sensazione di abbandono vissuta dalle vittime. “La legge guarda sempre al recupero di queste persone, a concedere loro benefici, ma si interessa poco di noi”, afferma. “Noi siamo le vittime, e vi assicuro che non riceviamo la stessa attenzione”.

Parole che non mettono in discussione la legalità del percorso previsto per i detenuti, ma che pongono una domanda etica profonda: quale spazio viene riservato al dolore di chi ha perso tutto?

Il delitto di Garlasco: una cronaca che non si spegne

Era la mattina del 13 agosto 2007 quando Chiara Poggi, 26 anni, venne uccisa nella sua casa di Garlasco. A toglierle la vita fu Alberto Stasi, allora suo fidanzato, 24 anni, studente dell’Università Bocconi. Un delitto che sconvolse l’Italia e diede inizio a un lungo e complesso iter giudiziario.

Le indagini, i processi, le assoluzioni e le condanne hanno accompagnato per anni il racconto mediatico del caso. Solo il 12 dicembre 2015 la vicenda giudiziaria ha trovato una conclusione definitiva, quando la Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni di reclusione per Stasi. Quel giorno, l’uomo si presentò spontaneamente al carcere di Bollate per iniziare a scontare la pena.

La condanna fu ridotta di un terzo rispetto alla pena prevista per l’omicidio, in quanto il processo si era svolto con rito abbreviato. Da quel momento, Stasi ha iniziato il suo percorso carcerario, lavorando all’interno dell’istituto penitenziario e cercando, negli anni successivi, di ribaltare la sentenza con diversi tentativi legali.

I tentativi di revisione e i ricorsi respinti

Nel corso degli anni, Alberto Stasi ha presentato tre richieste di revisione della condanna: due domande di revisione del processo e un ricorso straordinario per errore di fatto. Tutti questi tentativi sono stati respinti.

L’avvocato della famiglia Poggi, Gian Luigi Tizzoni, ha definito tali iniziative “completamente infondate”, sottolineando come siano state promosse da soggetti estranei alla vicenda processuale. Secondo Tizzoni, non sono mai emersi elementi nuovi tali da giustificare una revisione del giudicato.

Questo aspetto ha contribuito ad alimentare la frustrazione della famiglia Poggi, costretta a rivivere ciclicamente il dolore ogni volta che il caso torna alla ribalta.

Il lavoro fuori dal carcere: un diritto previsto dalla legge

Oggi, dopo aver scontato almeno un terzo della pena, Alberto Stasi ha la possibilità, prevista dall’ordinamento penitenziario, di richiedere il permesso di lavorare all’esterno del carcere durante il giorno, rientrando in cella la sera. Si tratta di una misura che rientra nel percorso di graduale reinserimento sociale dei detenuti.

L’avvocata di Stasi, Laura Panciroli, ha spiegato che “siamo nei termini per poter chiedere una forma di libertà parziale”, precisando che la decisione spetta comunque al tribunale di sorveglianza, che dovrà effettuare tutte le valutazioni necessarie.

La legale ha inoltre sottolineato che non sarà facile individuare una soluzione adeguata: “Serve un datore di lavoro motivato, considerando l’enorme attenzione mediatica sul caso. Una soluzione che rispetti lui e le persone che lavoreranno con lui”.

Una decisione tutt’altro che scontata

Nonostante il comportamento di Stasi in carcere venga descritto dalla difesa come “equilibrato e razionale”, non esiste alcuna certezza che la richiesta venga accolta. Il tribunale di sorveglianza dovrà valutare diversi elementi, tra cui il percorso rieducativo del detenuto e i segnali concreti di ravvedimento.

Proprio su questo punto interviene l’avvocato Tizzoni, che ricorda come i benefici penitenziari non siano automatici: “Un detenuto deve dimostrare un percorso di rieducazione prima di meritare un premio di questo tipo”.

Il peso delle ricorrenze

La notizia della possibile concessione del lavoro esterno è arrivata in un momento particolarmente delicato per la famiglia Poggi: il giorno successivo al quattordicesimo anniversario dell’omicidio. Per chi ha perso una persona cara, quella data è una ferita che si riapre ogni anno.

“Non è che gli altri giorni siano più facili”, riflette Rita Preda, “ma quando arriva quella data… ogni anno c’è sempre qualcuno che, intorno al 13 agosto o vicino a Natale, tira fuori qualcosa che ci mette in agitazione”.

Un dolore che non si attenua con il tempo, ma che si rinnova a ogni anniversario, a ogni notizia, a ogni sviluppo giudiziario.

Giustizia, legge e dolore: un equilibrio difficile

Il caso Garlasco mette ancora una volta in evidenza la distanza tra la logica giuridica e quella emotiva. Da un lato, uno Stato che, secondo la Costituzione, deve puntare alla rieducazione del condannato. Dall’altro, una famiglia che convive con un’assenza irreparabile e con la sensazione che il sistema si muova più velocemente per chi ha tolto una vita che per chi l’ha perduta.

Rita Preda non chiede vendetta, né invoca punizioni esemplari. Le sue parole sono quelle di una madre che accetta la legge, ma che non può fare a meno di sentire che qualcosa, dal punto di vista umano, resta irrisolto.

Una ferita aperta nella memoria collettiva

A distanza di anni, il delitto di Garlasco resta uno dei casi più dolorosi e discussi della cronaca italiana. Non solo per la sua complessità giudiziaria, ma per ciò che rappresenta: il confronto costante tra diritti del condannato e sofferenza delle vittime.

La possibile concessione del lavoro esterno a Stasi riapre questo dibattito con forza. Qualunque sarà la decisione del tribunale di sorveglianza, una cosa è certa: per la famiglia Poggi, la giustizia non potrà mai restituire ciò che è stato tolto.

E mentre la legge segue il suo corso, resta il silenzio di una casa vuota, il ricordo di Chiara e la voce di una madre che, con dignità e dolore, continua a ricordare che dietro ogni sentenza c’è una vita spezzata che non può essere riabilitata.