Crans-Montana, la Procura chiede una cauzione da 400 mila franchi per Jacques e Jessica Moretti: giustizia, verità e il ruolo dell’Italia e dell’Europa


La tragedia di Crans-Montana continua a scuotere coscienze, istituzioni e opinione pubblica, non solo in Svizzera ma in tutta Europa. A più di qualche settimana dall’incendio scoppiato nella notte di Capodanno all’hotel-ristorante Constellation, che ha causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, il procedimento giudiziario entra in una fase cruciale. La Procura di Crans-Montana ha infatti richiesto una cauzione complessiva di 400.000 franchi svizzeri – pari a circa 430.000 euro – per la possibile concessione della libertà a Jacques e Jessica Moretti, proprietari della struttura teatro della tragedia.
Secondo quanto riferito dall’emittente pubblica svizzera RTS, la richiesta prevede una cauzione di 200.000 franchi per ciascuno dei due indagati. Al momento, tuttavia, il Tribunale delle misure coercitive non si è ancora pronunciato sulla richiesta, lasciando aperta una fase di forte incertezza giuridica e simbolica per le famiglie delle vittime e per l’intero impianto accusatorio.
Le accuse e le misure in corso
Jacques e Jessica Moretti sono accusati di reati gravissimi: omicidio, lesioni personali e incendio doloso. Accuse che riflettono la portata della tragedia e la necessità, per le autorità giudiziarie, di fare piena luce sulle responsabilità. Attualmente, Jacques Moretti, imprenditore di nazionalità francese, si trova in stato di detenzione, mentre la moglie è sottoposta a misure preventive, tra cui l’obbligo di firma e il divieto di espatrio.
La richiesta di una cauzione così elevata viene letta come un segnale della gravità delle imputazioni e della complessità del procedimento. Non si tratta solo di una misura cautelare, ma di un passaggio che riporta al centro del dibattito pubblico il delicato equilibrio tra diritti degli indagati, esigenze investigative e aspettative di giustizia delle vittime.
Il coinvolgimento dell’Italia e la dimensione europea
Parallelamente all’evoluzione giudiziaria in Svizzera, la vicenda di Crans-Montana assume sempre più una dimensione internazionale. A Bruxelles, durante il consueto briefing con la stampa, la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà è stata interpellata sulla richiesta avanzata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, volta a coinvolgere l’Unione europea nel procedimento come parte civile.
La risposta della Commissione è stata prudente e tecnicamente rigorosa. Podestà ha ricordato che l’esecutivo europeo può intervenire nei procedimenti giudiziari nazionali solo quando sono in gioco interessi o diritti tutelati dai Trattati dell’Unione e alle condizioni previste dalla legislazione nazionale competente. Alla domanda se la Commissione parteciperà effettivamente al procedimento civile, la portavoce non ha fornito una risposta definitiva, limitandosi a confermare che l’istituzione è a conoscenza delle notizie apparse sulla stampa.
Questo atteggiamento riflette la complessità del caso: una tragedia avvenuta in territorio svizzero, con numerose vittime straniere, tra cui cittadini italiani, e con implicazioni che toccano la cooperazione giudiziaria internazionale.
La posizione del governo italiano
La linea del governo italiano, tuttavia, appare chiara e coerente fin dall’inizio. Palazzo Chigi ha confermato l’intenzione di garantire un sostegno concreto alle famiglie delle vittime italiane e di rappresentarne gli interessi anche a livello europeo. Durante l’incontro con i familiari delle vittime, il governo ha delineato un percorso che mira a una presenza attiva nel procedimento civile, includendo la possibilità di coinvolgere la Commissione europea nelle procedure in Svizzera.
Alfredo Mantovano ha dichiarato che l’Avvocatura dello Stato “sta lavorando affinché l’Italia possa costituirsi parte civile nella tragedia di Crans-Montana”. Una scelta che va oltre il piano simbolico e assume un valore sostanziale, come ribadito dalla stessa Avvocatura.
“La nostra presenza come parte civile non sarà formale, ma sostanziale”, ha affermato l’Avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli. “In questo modo le famiglie sanno di non essere sole. Questo è il senso della nostra partecipazione. Il messaggio deve essere chiaro e forte: siamo al fianco delle famiglie”.
Parole che sottolineano l’intenzione dello Stato italiano di accompagnare le vittime non solo sul piano umano, ma anche su quello giuridico e istituzionale.
Verità prima di tutto
Un punto centrale, più volte ribadito dai legali che rappresentano i familiari delle vittime, riguarda la finalità dell’azione giudiziaria. Alessandro Vaccaro, uno degli avvocati delle famiglie, ha spiegato che la decisione di creare un organismo di coordinamento unico nasce dall’esigenza di garantire “una sola voce” nel procedimento.
“La riunione di oggi è stata fondamentale”, ha dichiarato Vaccaro, ringraziando il governo non solo per il sostegno giuridico, ma anche per la vicinanza umana. “Il punto non è il risarcimento. Il dolore delle famiglie, in questo momento, non ha nulla a che fare con il risarcimento. Il punto è accertare la verità”.
Questa affermazione chiarisce il cuore della battaglia legale: non una questione economica, ma la necessità di comprendere cosa sia accaduto, se vi siano state negligenze, omissioni o violazioni delle norme di sicurezza, e chi debba risponderne.
La cooperazione giudiziaria con la Svizzera
Sul piano tecnico-giuridico, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha illustrato il quadro della collaborazione con le autorità svizzere. Secondo il ministro, i rapporti sono buoni e improntati a una cooperazione efficace, anche se non mancano difficoltà legate alle differenze normative.
“La collaborazione è molto buona”, ha spiegato Nordio. “Le difficoltà principali riguardano le normative. Ogni Paese ha il proprio codice e le proprie procedure”. Il ministro ha inoltre aggiunto che il dicastero chiederà l’attivazione di eventuali procedimenti contro gli indagati non appena se ne verificheranno le condizioni giuridiche.
Queste parole evidenziano un aspetto spesso poco visibile al grande pubblico: la complessità della cooperazione giudiziaria internazionale, soprattutto in casi che coinvolgono più ordinamenti, diversi sistemi penali e una forte attenzione mediatica.
Il dolore delle famiglie e il sostegno morale
In questo contesto di atti giudiziari, dichiarazioni istituzionali e strategie legali, il dolore delle famiglie resta una presenza costante e silenziosa. Nella giornata di ieri, i familiari delle vittime hanno incontrato Papa Leone, che li ha accolti e ha espresso il suo più profondo cordoglio.
Un incontro dal forte valore simbolico e umano, che ha affiancato al percorso legale un momento di raccoglimento e vicinanza spirituale. Per molte famiglie, questo gesto ha rappresentato un segno di attenzione e rispetto verso una sofferenza che non conosce confini.
Giustizia, memoria e responsabilità
La richiesta di una cauzione da 400.000 franchi per Jacques e Jessica Moretti non è solo un passaggio tecnico del procedimento penale. È un momento che riapre interrogativi profondi sulla responsabilità, sulla sicurezza nei luoghi pubblici e sul dovere delle istituzioni di prevenire tragedie simili.
Il percorso verso la giustizia sarà lungo e complesso. Governo italiano, avvocati, famiglie delle vittime e istituzioni europee stanno cercando di costruire una strategia comune, in cui l’azione legale si accompagni a un sostegno concreto e continuo.
La tragedia di Crans-Montana ha colpito duramente non solo l’Italia, ma l’intera comunità internazionale. Oggi, tra richieste di cauzione, cooperazione giudiziaria e impegno politico, l’obiettivo resta uno solo: dare risposte, affermare la verità e garantire che le vittime e i loro familiari non vengano dimenticati.
In un contesto in cui il dolore si intreccia con il diritto, la sfida è trasformare la sofferenza in un percorso di giustizia condivisa, capace di restituire dignità a chi ha perso la vita e di offrire alle famiglie non consolazione, ma chiarezza e responsabilità.















