“Chi sta sparando?” — Il comandante dei SEAL rimase immobile mentre gli spari echeggiavano da soli 3 metri di distanza nella valle.

Oggi vi raccontiamo la storia di un colpo di fucile che echeggiò attraverso una valle afghana e gelò il sangue nelle vene di un comandante degli incursori della Marina Militare italiana, non per la potenza del suono, ma per quello che quel suono significava. Qualcuno aveva appena sparato da una distanza di 3247 m, una distanza che pochi tiratori scelti al mondo potevano anche solo immaginare di tentare e quel qualcuno aveva appena salvato la sua intera squadra senza che nessuno sapesse chi fosse o da dove arrivasse quel colpo
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Ora torniamo alla valle afghana dove tutto stava per cambiare. La provincia di Helmand, nel sud dell’Afghanistan, era uno di quei posti che sembravano progettati appositamente per uccidere soldati stranieri, montagne rocciose che si innalzavano come denti spezzati verso un cielo sempre troppo blu. Valli strette dove il vento trasportava polvere e morte in egual misura, villaggi abbandonati che nascondevano insidia ad ogni angolo e un caldo secco che a mezzogiorno superava i 50° trasformando l’equipaggiamento militare in una fornace portatile. Era territorio
talebano da generazioni, un posto dove gli eserciti venivano a morire da secoli, dai britannici nell’8 ai sovietici negli anni 80. E ora toccava alla coalizione internazionale imparare la stessa lezione che tutti avevano imparato prima. In quelle montagne la geografia combatte contro di te tanto quanto il nemico.
Era agosto del 2019 e una squadra di otto incursori della Marina Militare Italiana era stata inviata in quella zona maledetta come parte di una missione di ricognizione avanzata. L’obiettivo era localizzare e confermare la posizione di un comandante talebano di alto livello, tale Kari Bashir, responsabile di almeno 15 attacchi contro convogli della coalizione e di un numero imprecisato di attentati suicidi nelle province meridionali.
I servizi segreti italiani avevano ricevuto informazioni che Bashir si nascondeva in un complesso di edifici fortificati in una valle remota a nord di Lascargà, protetto da almeno 30 combattenti armati fino ai denti e da una geografia che rendeva impossibile qualsiasi attacco aereo senza rischiare di colpire civili nei villaggi circostanti.
La squadra era comandata dal tenente colonnello Andrea Santoro, un uomo di 39 anni con 16 anni di servizio nelle forze speciali, missioni in Iraq, Libano, Somalia e due ferite da combattimento che gli avevano lasciato una cicatrice sulla coscia destra e un udito parzialmente compromesso all’orecchio sinistro.
Santoro era il tipo di comandante che non chiedeva mai ai suoi uomini di fare qualcosa che lui stesso non avrebbe fatto per primo, il tipo che mangiava per ultimo e dormiva meno di tutti, il tipo che conosceva il nome della moglie e dei figli di ogni uomo sotto il suo comando e che portava il peso di ogni perdita come se fosse colpa sua personalmente.
La squadra aveva lasciato la base operativa di Camp Tombach tre giorni prima, muovendosi di notte attraverso terreno ostile, evitando le strade principali, comunicando solo con radio criptate e segnali minimi, trasportando ognuno più di 40 kg di equipaggiamento tra armi, munizioni, acqua, esplosivi, apparecchiature di sorveglianza e tutto quello che serviva per sopravvivere in un ambiente dove ogni errore poteva essere l’ultimo.
Avevano raggiunto una posizione di osservazione su una cresta montuosa a 1800 m di altitudine, nascosti tra le rocce, con una visuale perfetta sulla valle sottostante dove si trovava il complesso target. Per due giorni avevano osservato, documentato, fotografato ogni movimento. Avevano contato i combattenti, identificato le posizioni delle mitragliatrici pesanti, mappato i percorsi delle pattuglie, confermato che Bashir era effettivamente presente nella struttura.
Tutto procedeva secondo il piano. Avrebbero completato la ricognizione, trasmesso le informazioni alla base e sarebbero tornati indietro, lasciando che un’operazione più grande si occupasse di neutralizzare il target. Missione pulita, nessun contatto diretto, nessun rischio inutile. Ma nel terzo giorno tutto andò a Una pattuglia talebana e quattro uomini armati che stavano perlustrando la zona.
probabilmente per controllare eventuali infiltrazioni, salì sulla cresta da un sentiero laterale che le mappe satellitari non avevano mostrato. erano a meno di 200 m dalla posizione degli incursori, quando uno di loro, un ragazzo che non doveva avere più di 20 anni, con un vecchio fucile Kalashnikov in spalla, si fermò improvvisamente, guardò verso le roccedove erano nascosti gli italiani e disse qualcosa ai suoi compagni.
Santoro, che stava osservando la scena attraverso il binocolo, capì immediatamente che erano stati individuati. fece un gesto rapido con la mano e la squadra si preparò al contatto, ma prima che qualcuno potesse sparare, la pattuglia talebana iniziò a correre giù per il pendio, urlando in pasto, probabilmente per avvertire il complesso sottostante.
Gli incursori aprirono il fuoco abbattendo tre dei quattro uomini, ma il quarto riuscì a raggiungere una copertura rocciosa e a sparare una raffica di segnalazione con il suo fucile, tre colpi rapidi che echeggiarono nella valle come una campana d’allarme. In meno di 2 minuti il complesso talebano si trasformò in un alveare impazzito.
Uomini armati iniziarono a uscire dagli edifici, a salire sui veicoli pickup con mitragliatrici montate sul cassone, a organizzarsi per salire sulla cresta e circondare gli incursori. Santoro fece i calcoli in una frazione di secondo, erano 8 contro almeno 30, in posizione elevata ma esposta, senza possibilità di ritirata rapida, perché il terreno alle loro spalle era troppo aperto e con rinforzi nemici che sarebbero arrivati in meno di 20 minuti da altri villaggi della zona.
Chiamò via radio la base operativa chiedendo supporto aereo immediato, ma la risposta fu quello che si aspettava. L’elicottero d’attacco più vicino era a 40 minuti di distanza, troppo lontano per fare qualsiasi differenza. La squadra si preparò a resistere. Posizionarono mine antiuomo lungo i sentieri di accesso, prepararono granate, controllarono le munizioni.
Ognuno sapeva che le probabilità di uscire vivi da quella situazione erano vicine allo zero, ma nessuno parlava, nessuno mostrava paura, perché quello era il lavoro. E quando scegli quel lavoro, accetti che un giorno potrebbe finire così, su una montagna in mezzo al nulla, circondato da gente che vuole ucciderti, combattendo fino all’ultimo proiettile.
I primi talebani iniziarono a salire sulla cresta 15 minuti dopo l’allarme. venivano da due direzioni diverse, muovendosi con una tattica sorprendentemente coordinata per milizie rurali, usando la copertura delle rocce, avanzando in piccoli gruppi, mentre altri fornivano fuoco di copertura con le mitragliatrici pesanti posizionate più in basso.
Gli incursori risposero con fuoco preciso e controllato, abbattendo i primi assalitori. Ma per ogni uomo che cadeva ne arrivavano altri due e le munizioni non erano infinite. Santoro stava coordinando il fuoco della squadra quando vide qualcosa che gli fece gelare il sangue. Sulla strada della valle tre veicoli pickup carichi di combattenti stavano salendo verso una posizione elevata a circa 800 m di distanza, una piccola altura rocciosa da dove avrebbero avuto una linea di tiro perfetta sulla posizione degli incursori. Se i talebani riuscivano a
posizionare le mitragliatrici pesanti su quella altura, la squadra italiana sarebbe stata massacrata in meno di 5 minuti perché non avrebbero avuto più copertura efficace. Santoro urlò nella radio che avevano bisogno di neutralizzare quei veicoli immediatamente, ma la squadra era già impegnata a respingere l’assalto frontale e non poteva distogliere fuoco.
Guardò attraverso il binocolo i pickup che raggiungevano l’altura. vide gli uomini che iniziavano a scaricare le mitragliatrici pesili, vide quello che probabilmente era un comandante locale che coordinava il posizionamento e capì che era finita. Poi sentì il colpo, non il suono di un fucile vicino, ma un suono lontano, secco, che arrivava da qualche parte alle loro spalle, da una montagna più alta, un suono che echeggiò nella valle come un tuono solitario.
E un istante dopo il comandante talebano, che stava coordinando il posizionamento delle mitragliatrici sull’altura crollò come se qualcuno avesse tagliato i fili che lo tenevano in piedi. Santoro gelò, guardò il corpo che giaceva immobile a 800 m di distanza e poi si voltò istintivamente verso la montagna alle sue spalle, una vetta rocciosa a oltre 3 km di distanza, e sussurrò nella radio una domanda che nessuno poteva rispondere.
Chi sta mirando? Un secondo colpo echeggiò, un altro talebano crollò, poi un terzo, un quarto. Ogni colpo arrivava da quella montagna impossibile. Ogni colpo c’entrava un bersaglio a una distanza che sembrava uscita da un film. Ogni colpo seminava caos e terrore tra i combattenti talebani che improvvisamente si resero conto che qualcuno li stava abbattendo da un posto che non riuscivano nemmeno a vedere.
Gli incursori smisero di sparare per un momento, increduli, guardando i talebani che iniziavano a ritirarsi in preda al panico, abbandonando le mitragliatrici, correndo verso i veicoli, alcuni che si gettavano dietro le rocce cercando una copertura che non esisteva contro un tiratore posizionato a 3000 m di distanza.
Santoro afferrò la radio e chiese di nuovo la voce tesa. Chi diavolo sta sparando? La risposta arrivò 3 minutidopo attraverso il canale criptato del comando operativo della coalizione e quando Santoro la sentì pensò che stessero scherzando. Era un cecchino italiano, una tiratrice posizionata su quella montagna da 48 ore come parte di un’operazione di sorveglianza separata e aveva appena sparato i colpi più lunghi mai registrati in una missione operativa italiana.
Il suo nome era classificato, ma quegli otto incursori sulla cresta non lo avrebbero mai dimenticato. Se sei arrivato fino a questo secondo capitolo, significa che la storia del colpo impossibile ti ha catturato. Prima di continuare, aiutaci, iscriviti al canale, attiva la campanella, lascia un like e commenta dicendo da dove ci stai guardando.
Ogni iscrizione ci avvicina ai 1000 iscritti. e ci permette di continuare a raccontare storie di coraggio estremo come questa. Ora torniamo alla valle afghana, dove il mistero di quel tiratore stava per essere svelato. Il silenzio che seguì quegli ultimi colpi era quasi irreale, un contrasto violento con il caos che aveva dominato i minuti precedenti.
I talebani si erano ritirati in modo disordinato, trascinando i feriti, abbandonando armi e equipaggiamento, alcuni ancora in preda al panico perché non riuscivano a capire da dove arrivasse il fuoco che li aveva decimati. Gli incursori sulla cresta rimasero nelle loro posizioni per altri 20 minuti.
Armi puntate, aspettando un contrattacco che non arrivò mai, perché nessuno vuole combattere contro un nemico invisibile che può ucciderti da una distanza che nemmeno riesci a immaginare. Santoro era ancora in ginocchio dietro la roccia che gli aveva fatto da copertura. Il binocolo puntato verso la montagna lontana da dove erano arrivati quei colpi impossibili.
La vetta era a circa 3400 m di distanza in linea d’aria, forse di più, una massa rocciosa che si innalzava sopra la valle come una sentinella antica, completamente esposta al vento, che in quelle zone soffiava costantemente cambiando direzione ogni ora, con temperature che variavano di 20° tra il giorno e la notte e con un’aria così rarefatta che respirare era già un’impresa.
figurarsi calcolare una traiettoria balistica a quella distanza. Santoro aveva 16 anni di esperienza nelle forze speciali, aveva visto tiratori scelti straordinari. aveva letto rapporti di colpi leggendari sparati in Iraq e Afghanistan da cecchini britannici e canadesi. Ma 3247 m era una distanza che apparteneva ai libri di storia, non alla realtà operativa quotidiana.
Eppure qualcuno l’aveva fatto e quel qualcuno aveva appena salvato otto vite. La radio crepitò di nuovo e questa volta la voce che arrivò attraverso il canale criptato era quella del comando operativo della coalizione basato a Kabul, un ufficiale che si identificò come coordinatore delle operazioni speciali per il settore sud. Spiegò rapidamente la situazione.
48 ore prima. Un attiratore scelta italiana era stata inserita su quella montagna come parte di un’operazione di sorveglianza a lungo raggio, coordinata con i servizi segreti militari italiani. L’obiettivo era monitorare i movimenti nella valle, raccogliere intelligence sui comandanti talebani e fornire supporto di fuoco in caso di emergenza per qualsiasi unità della coalizione che si trovasse in difficoltà nella zona.
Era un’operazione completamente separata da quella degli incursori, classificata a un livello superiore e nessuno doveva sapere che c’era un cecchino italiano su quella montagna fino a quando non fosse stato assolutamente necessario. Santoro chiese il nominativo del tiratore. La risposta fu che le informazioni erano classificate, ma che avrebbe ricevuto un briefing completo una volta tornato alla base.
Nel frattempo la tiratrice sarebbe rimasta in posizione per altre 24 ore per garantire che i talebani non tentassero un secondo assalto, poi sarebbe stata estratta da un elicottero notturno. Gli incursori dovevano procedere con la ritirata seguendo il percorso pianificato, approfittando del fatto che il nemico era ancora in disordine.
Ma Santoro non era il tipo che lasciava le cose a metà. disse all’ufficiale del comando che voleva parlare direttamente con il tiratore, che voleva sapere chi aveva appena salvato la sua squadra, che aveva il diritto di ringraziare personalmente chi aveva sparato quei colpi. Ci fu un momento di silenzio sulla radio. Poi l’ufficiale rispose che avrebbe inoltrato la richiesta, ma che la decisione finale spettava al tiratore stesso e ai suoi superiori diretti.
La risposta arrivò 10 minuti dopo. Il tiratore accettava di comunicare brevemente via radio, ma senza rivelare identità o dettagli operativi. Santoro accettò, passò a un canale criptato secondario e aspettò. La voce che arrivò attraverso l’auricolare era calma, professionale e inconfondibilmente femminile.
disse semplicemente che era contenta di essere stata utile, che aveva seguito l’intera situazione attraverso l’ottica da quando era iniziato il contatto e che aveva presola decisione di intervenire quando aveva visto i veicoli salire verso l’altura perché era chiaro che altrimenti la squadra non avrebbe avuto scampo. Santoro rimase in silenzio per qualche secondo, ancora incredulo, che quella voce appartenesse alla persona che aveva appena sparato colpi a oltre 3 km di distanza.
Chiese quanti anni di servizio avesse e in quanto tempo avesse passato come tiratore operativo. La risposta fu vaga, abbastanza da sapere cosa fare, abbastanza da non sbagliare quando conta. Santoro insistette, chiese almeno il nominativo, qualcosa che potesse usare per rintracciarla una volta tornato in Italia.
La voce esitò per un momento, poi disse semplicemente che semmai si fossero incontrati lui l’avrebbe riconosciuta. Poi la comunicazione si chiuse. Gli incursori iniziarono la ritirata un’ora dopo, muovendosi in formazione tattica attraverso sentieri secondari, scendendo dalla cresta e dirigendosi verso il punto di estrazione a 15 km di distanza dove li aspettava un convoglio blindato.
Durante tutta la marcia, Santoro continuava a voltarsi verso la montagna lontana, sapendo che lassù, oltre a quelle rocce impossibili, c’era qualcuno che aveva fatto qualcosa di straordinario e che probabilmente nessuno avrebbe mai saputo davvero chi fosse. Raggiunsero la base operativa di Camp Tombak al tramonto del giorno successivo, esausti, coperti di polvere, ma vivi.
Il debriefing fu immediato e durò 4 ore. Santoro raccontò tutto nei dettagli, dall’infiltrazione al contatto, dalla pattuglia talebana che li aveva scoperti all’assalto coordinato e poi quei colpi impossibili che avevano cambiato tutto. Gli ufficiali del comando ascoltarono in silenzio, presero note, fecero domande tecniche sulla distanza, sul vento, sulle condizioni ambientali.
Uno di loro, un colonnello dell’esercito che coordinava le operazioni speciali italiane in Afghanistan, disse che aveva già letto il rapporto preliminare del tiratore, che i colpi erano stati sparati effettivamente da 3247 m confermati dai dati GPS delle posizioni e che era il record assoluto per un’operazione italiana, superando di oltre 800 m qualsiasi colpo precedente.
registrato ufficialmente. Santoro chiese di nuovo chi fosse il tiratore. Il colonnello lo guardò per qualche secondo, poi disse che poteva dirgli solo che era un elemento delle forze speciali italiane, addestrato a livelli straordinari e che l’operazione era stata così sensibile che anche molti ufficiali superiori non sapevano della sua esistenza fino a quando non era stato necessario intervenire.
aggiunse anche che quel tiratore aveva probabilmente salvato non solo otto vite quel giorno, ma anche l’intera reputazione delle forze speciali italiane in Afghanistan, perché se quella squadra fosse stata massacrata su quella cresta, le conseguenze politiche e operative sarebbero state devastanti, ma Santoro non si accontentò.
Nei giorni successivi, quando tornò alla base principale di Herat, dove gli incursori avevano il loro quartier generale operativo, iniziò a fare domande discrete, parlò con altri comandanti di operazioni speciali, con coordinatori della coalizione, con ufficiali dei servizi segreti militari. Nessuno voleva parlare, ma lentamente, pezzo dopo pezzo, iniziò a mettere insieme un quadro.
Il tiratore era effettivamente italiano, faceva parte di un programma speciale di cecchini d’elite coordinato direttamente dai vertici delle forze speciali e aveva accumulato in due anni di missioni in Afghanistan un numero impressionante di colpi confermati a distanze estreme. Non era il primo cecchino straordinario che l’Italia aveva prodotto, ma era sicuramente tra i migliori in forse il migliore in quel momento.
E il fatto che fosse una donna rendeva tutto ancora più straordinario in un ambiente militare che ancora faticava ad accettare pienamente le donne in ruoli di combattimento diretto. Santoro riuscì a scoprire anche che la tiratrice era stata estratta dalla montagna due notti dopo l’incidente che era tornata alla base senza incontrare nessuno degli incursori che aveva salvato e che era stata riassegnata a un’altra operazione classificata in una zona diversa dell’Afghanistan prima ancora che lui potesse tentare di rintracciarla.
ma scoprì anche un dettaglio che lo colpì più di tutti gli altri e quella non era stata la prima volta che la tiratrice aveva salvato una squadra italiana in difficoltà. Nei sei mesi precedenti c’erano stati almeno altri tre episodi simili, situazioni in cui unità delle forze speciali italiane si erano trovate in condizioni disperate e un tiratore invisibile, sempre dalla stessa posizione impossibile, sempre a distanze estreme, aveva cambiato l’esito dello scontro.
I rapporti ufficiali menzionavano genericamente supporto di fuoco da elemento alleato, ma chi era sul campo sapeva che c’era qualcosa di più, qualcuno di più, un’ombra che proteggeva gli italiani da posti dove nemmeno gli uccelli volavano. Alcuni la chiamavano il fantasma delle montagne,altri la chiamavano l’angelo custode, ma nessuno sapeva davvero chi fosse, dove fosse o quando sarebbe apparsa di nuovo.
Tre settimane dopo l’incidente nella valle di Helmand, Santoro ricevette un pacco alla base di Herat. Non c’era mittente, solo una nota scritta a mano in italiano perfetto che diceva per il comandante Santoro e la sua squadra. Continuite a tornare a casa. Qualcuno vi guarda le spalle anche quando non lo vedete.
All’interno del pacco c’era una foto satellitare della cresta dove erano stati assediati con otto punti segnati in rosso che indicavano le loro posizioni e un punto segnato in blu sulla montagna lontana a 3400 m di distanza. Sul retro della foto una sola frase scritta a mano: “La distanza non conta quando sai perché stai sparando”.
Santoro mise la foto nella tasca del giubbotto tattico e la portò con sé per il resto della missione in Afghanistan. Ogni volta che usciva per un’operazione la toccava prima di salire sull’elicottero, come un talismano, come un promemoria che da qualche parte, su una montagna che nemmeno riusciva a vedere, c’era qualcuno che faceva il lavoro più duro, il lavoro più solitario, il lavoro che nessuno vedeva, ma che faceva la differenza tra la vita e la morte.
E quando tornò in Italia sei mesi dopo, la prima cosa che fece fu iniziare a cercare chi fosse quella donna, perché un debito del genere non si dimentica mai. Se sei arrivato fino al terzo capitolo, significa che la storia del fantasma delle montagne ti ha davvero conquistato. Prima di scoprire chi era davvero quel tiratore leggendario, lasciaci un like, iscriviti al canale se non l’hai ancora fatto e commenta dicendo da dove ci stai seguendo.
Siamo vicini ai 1000 iscritti e il tuo supporto è fondamentale per continuare a raccontare storie straordinarie come questa. Ora torniamo in Italia dove Santoro stava per scoprire la verità. Santoro tornò in Italia nel febbraio del 2020, dopo 8 mesi di dispiegamento in Afghanistan, che lo avevano lasciato più magro di 10 kg, con qualche capello grigio in più sulle tempie e con quella particolare stanchezza che non ha niente a che fare con il sonno, ma con il peso di aver visto troppe cose, di aver perso troppi compagni, di aver vissuto troppo
a lungo in un posto dove ogni giorno poteva essere l’ultimo. La base di Brindisi lo accolse con il solito rituale: debriefing con i superiori, visite mediche di routine, colloqui psicologici obbligatori per verificare che non portasse a casa più traumi di quelli che poteva gestire. E poi finalmente qualche settimana di licenza per riconnettersi con la famiglia, con la normalità, con una vita dove il rumore di un motorino non ti fa pensare immediatamente a un attacco suicida.
Ma Santoro non riusciva a staccare completamente. La foto satellitare che aveva ricevuto in Afghanistan era ancora nella sua borsa, piegata con cura in una busta sigillata e ogni volta che la guardava si ricordava di quella voce nella radio, di quei colpi impossibili, di quella sensazione di essere stati salvati da qualcuno che probabilmente non avrebbero mai conosciuto.
Non era una questione di curiosità, era una questione di rispetto, di onore, di dover guardare negli occhi la persona che ti ha salvato la vita e dirle grazie come si deve, non attraverso una radio criptata, ma faccia a faccia, da soldato a soldato. Iniziò a fare domande discrete, senza attirare troppa attenzione, senza violare protocolli di sicurezza.
parlò con il colonnello sabato che comandava il settore addestrativo degli incursori a Brindisi, un uomo che conosceva da anni e di cui si fidava completamente. Sabato lo guardò con quell’espressione che dice: “Stai chiedendo qualcosa che non dovresti chiedere”. Ma poi si accese una sigaretta, chiuse la porta dell’ufficio e disse che poteva dirgli solo questo.
Il tiratore che aveva salvato la sua squadra era effettivamente parte di un programma speciale. Operava sotto copertura totale e il suo nome non compariva in nessun documento ufficiale accessibile ai comandanti operativi standard, ma aggiunse anche qualcosa di interessante. quel tiratore non era un fantasma, non era un mito, era una persona reale che si allenava in Italia quando non era dispiegata all’estero.
E se Santoro avesse avuto abbastanza pazienza, forse un giorno i loro percorsi si sarebbero incrociati naturalmente. Santoro aspettò, tornò al lavoro, riprese il comando della sua squadra, partecipò a nuove esercitazioni, addestrò nuove reclute, ma ogni tanto, quando andava al poligono di tiro di precisione della base, quando vedeva i tiratori scelti allenarsi a colpire bersagli a distanze che già sembravano estreme, si fermava e si chiedeva se tra loro ci fosse quella persona, se l’avesse già incrociata senza saperlo.
Passarono 4 mesi, era giugno, il caldo pugliese aveva già trasformato la base in una fornace e Santoro era stato convocato per partecipare a un corso avanzato di coordinamento operazioni speciali che si sarebbe tenuto inSardegna, nella base addestrativa segreta vicino a Cagliari, dove venivano testati i migliori tiratori scelti della Marina e dell’esercito.
Il corso durava due settimane e riuniva comandanti, cecchini d’elite, coordinatori tattici e ufficiali dei servizi segreti militari. Era l’occasione perfetta per vedere chi fossero davvero i migliori tiratori italiani operativi in quel momento. Arrivò alla base sarda un lunedì mattina insieme ad altri 30 ufficiali e operatori provenienti da diverse unità.
La struttura era spartana. isolata, circondata da montagne e da un poligono di tiro che si estendeva per chilometri attraverso vallate e creste rocciose che simulavano perfettamente i terreni operativi reali. Il primo giorno fu dedicato alle presentazioni, ai briefing sul programma e alla distribuzione nelle varie squadre di lavoro.
Santoro notò immediatamente che c’erano tre tiratori scelti, presenti, che non portavano distintivi di unità, che non parlavano con nessuno tranne quando necessario e che venivano trattati dagli istruttori con un rispetto particolare, quasi reverenziale. Uno di loro era una donna, aveva circa 25 anni, capelli castani legati in una coda pratica, corporatura minuta ma atletica, e uno sguardo che Santoro riconobbe immediatamente perché l’aveva visto in molti soldati veterani, quello sguardo calmo, distante di chi ha visto cose che non può raccontare e ha
imparato a convivere con fantasmi che nessun altro può vedere. Non portava nessun distintivo oltre alla bandiera italiana sulla spalla destra, nessun nome sul petto, nessuna indicazione di grado o unità. era semplicemente lì, silenziosa, professionale, invisibile a tutti, tranne a chi sapeva cosa cercare. Santoro la osservò durante i primi giorni del corso, non parlava quasi mai durante i briefing, prendeva poche note, ma quando partecipava alle esercitazioni pratiche di tiro a lunga distanza, faceva cose che lasciavano gli altri
tiratori letteralmente a bocca aperta. Il terzo giorno, durante un’esercitazione che richiedeva di colpire bersagli mobili a distanze variabili tra i 600 e i 1000 m, con vento laterale forte e sole negli occhi, lei centrò 19 bersagli su 20, l’unico errore causato da un improvviso cambio di direzione del vento che nessuno avrebbe potuto prevedere.
Il tiratore più vicino a lei in classifica ne centrò 13. Il quinto giorno gli istruttori organizzarono un’esercitazione speciale che simulava uno scenario reale, un gruppo di ostaggi tenuti in un edificio a 1200 m di distanza con terroristi posizionati alle finestre che dovevano essere neutralizzati senza colpire i civili.
Era il tipo di scenario che richiedeva non solo precisione tecnica, ma capacità di prendere decisioni istantanee sotto pressione, perché i bersagli apparivano solo per pochi secondi prima di scomparire. Santoro guardò la donna a posizionarsi dietro il fucile, un’arma che riconobbe come un Victrix Armamens Scorpio, lo stesso modello usato dai migliori cecchini italiani in operazioni ad alto rischio.
Sparò otto colpi in 3 minuti, tutti i terroristi neutralizzati. Nessuno staggio colpito. Gli istruttori controllarono i risultati attraverso i sensori elettronici collegati ai bersagli. Poi uno di loro, un maresciallo con 30 anni di servizio, disse semplicemente che era la prestazione più pulita che avesse mai visto in quel tipo di esercitazione.
Quella sera, durante la cena nella mensa della base, Santoro si avvicinò al tavolo dove la donna era seduta da sola, mangiando in silenzio con lo sguardo fisso su un tablet dove probabilmente stava rivedendo i dati balistici della giornata. le chiese se poteva sedersi. Lei alzò lo sguardo, lo studiò per qualche secondo con quegli occhi che sembravano vedere attraverso le persone.
Poi annuì brevemente senza dire nulla. Santoro si sedette, non disse nulla per qualche minuto e poi tirò fuori dalla tasca la foto satellitare piegata, quella che aveva portato con sé dall’Afghanistan, e la mise sul tavolo tra loro due. La donna la guardò e per la prima volta da quando Santoro l’aveva vista, qualcosa cambiò nella sua espressione.
sorpresa, non paura, solo un riconoscimento silenzioso, come se sapesse che quel momento sarebbe arrivato prima o poi. Santoro disse semplicemente che voleva ringraziare la persona che aveva sparato quei colpi, che aveva salvato lui e sette dei suoi uomini, che aveva fatto qualcosa che lui non avrebbe nemmeno saputo da dove cominciare a tentare.
La donna prese la foto, la guardò più da vicino, poi la rimise sul tavolo e disse con quella stessa voce calma che Santoro aveva sentito nella radio 4 mesi prima. Era solo il lavoro, niente di speciale. Chiunque con l’addestramento giusto avrebbe fatto lo stesso. Ma Santoro scosse la testa. disse che 3247 m non erano niente di speciale, che sparare otto colpi consecutivi a quella distanza con precisione letale non era solo il lavoro, che salvare otto vite senza che nessuno sapesse nemmeno che eri lì era qualcosa che andava oltrequalsiasi addestramento.
disse anche che aveva passato gli ultimi quattro mesi cercando di capire chi fosse, non per curiosità morbosa, non per violare protocolli, ma perché c’erano debiti che non si pagano con un messaggio radio, ma solo guardando qualcuno negli occhi e dicendo “Grazie come si deve”. La donna rimase in silenzio per un momento lungo.
Poi disse che non poteva dirgli molto, che il suo lavoro richiedeva rimanere invisibile, che più persone sapevano chi era e meno efficace diventava in operazioni future. Ma disse anche che capiva cosa significasse per lui, perché anche lei aveva avuto compagni salvati da qualcuno che non aveva mai conosciuto e sapeva che quel tipo di gratitudine aveva bisogno di essere espressa per poter andare avanti.
Santoro le chiese almeno il nome, qualcosa che potesse ricordare, qualcosa che potesse portare con sé. La donna esitò, poi disse semplicemente: “Moretti! Giulia Moretti e aggiunse che era di Taranto, che aveva iniziato a tirare a 19 anni e che suo padre era stato un paracadutista della folgore morto in Afghanistan e che aveva imparato da lui che l’unico lavoro che contava davvero era proteggere gli altri, anche quando nessuno ti vedeva farlo.
Santoro ascoltò e improvvisamente tutto aveva senso. La calma innaturale, la precisione sovrumana, quella determinazione silenziosa che traspariva da ogni suo gesto. Non era solo talento, non era solo addestramento, era qualcosa di più profondo, qualcosa che veniva dal sangue, dalla memoria, dal bisogno di onorare qualcuno che non c’era più facendo quello che lui avrebbe voluto fare.
chiese quante missioni avesse fatto in Afghanistan. Lei disse abbastanza da perdere il conto, abbastanza da smettere di pensarci. Le chiese quanti colpi confermati avesse. Lei disse che i numeri non le interessavano, che l’unica cosa che contava era quante persone erano tornate a casa vive grazie a quei colpi. Le chiese se le pesava, se le pesava stare lassù su quelle montagne completamente sola, sapendo che un errore poteva costare vite.
Lei rispose che pesava ogni singolo giorno, ogni singola notte, ma che l’alternativa era peggio. L’alternativa era non fare nulla e guardare i compagni morire, sapendo che avresti potuto fermarli. Parlarono per un’ora, forse di più. Santoro le raccontò di quella giornata sulla cresta, di come aveva pensato che fosse finita, di come quel primo colpo aveva cambiato tutto in un istante.
Giulia ascoltò senza interrompere. Poi disse che lei aveva seguito tutta la situazione attraverso l’ottica da quando la pattuglia talebana li aveva scoperti, che aveva visto i pickup salire verso l’altura, che aveva fatto i calcoli in meno di 10 secondi e aveva capito che se non interveniva subito non ci sarebbe stato tempo dopo.
disse anche che 3247 m era al limite estremo di quello che poteva fare anche nelle condizioni migliori, che aveva dovuto compensare per un vento che cambiava ogni 30 secondi, per la rotazione terrestre, per la temperatura che influenzava la velocità del proiettile, per la densità dell’aria a quell’altitudine. disse che il primo colpo era stato una scommessa, che se avesse sbagliato avrebbe rivelato la sua posizione senza neutralizzare la minaccia, ma che non c’era altra scelta.
Santoro le chiese cosa avesse pensato quando aveva premuto il grilletto. Lei sorrise per la prima volta, un sorriso appena accennato, e disse che aveva pensato a suo padre, a quello che le aveva insegnato quando era bambina e la portava al poligono nei weekend, che quando spari non pensi, respiri e lasci che il corpo faccia quello che la mente ha già deciso.
Quella notte, prima di tornare alle loro camerate, Santoro le strinse la mano e le disse che lui e i suoi sette uomini le dovevano la vita, che avrebbe voluto dirle grazie a nome di tutte le famiglie che avevano ancora un padre, un fratello, un figlio, perché lei aveva fatto il suo lavoro in modo perfetto su una montagna dove nessuno l’avrebbe mai vista.
Giulia strinse la mano con forza, più forza di quella che ci si aspetterebbe da qualcuno della sua statura, e disse semplicemente che non servivano grazie, che sapere che erano tornati a casa era già più che sufficiente. Nei giorni successivi il corso continuò, ma Santoro osservò Giulia con occhi diversi.
Non era più solo una tiratrice straordinaria, era la persona che incarnava tutto quello che le forze speciali dovrebbero essere: silenzio, competenza assoluta, sacrificio invisibile, coraggio che non ha bisogno di riconoscimenti pubblici. Vide come gli istruttori la trattavano con rispetto quasi irreverenziale, vide come gli altri tiratori scelti cercavano di imitare la sua tecnica.
vide come anche i comandanti più anziani si fermavano a guardare quando lei sparava. L’ultimo giorno del corso, durante la cerimonia di chiusura, il comandante della base fece un discorso sui valori delle forze speciali, sull’importanza dell’eccellenza operativa, sul fatto che i migliori soldati non sono quelli chefanno rumore, ma quelli che fanno la differenza in silenzio.
mentre parlava, guardò direttamente Giulia e tutti nella sala capirono a chi si stava riferendo, anche se il suo nome non venne mai pronunciato. Quando Santoro lasciò la Sardegna per tornare a Brindisi, si fermò un momento prima di salire sull’elicottero e si voltò verso il poligono di tiro, dove Giulia stava ancora facendo esercizi di mantenimento.
Lei era sdraiata dietro il fucile, completamente immobile, lo sguardo fisso nell’ottica, il dito leggero sul grilletto. Sembrò sentire che qualcuno la stava guardando, si voltò per un istante e fece un piccolo cenno con la testa appena percettibile. Santoro rispose allo stesso modo, poi salì sull’elicottero.
sapeva che probabilmente non l’avrebbe mai più rivista perché il lavoro di Giulia richiedeva restare invisibile, richiedeva operare dove nessuno sapeva, richiedeva essere un fantasma che proteggeva i vivi dalle montagne lontane, ma sapeva anche che da qualche parte, su una vetta impossibile, ogni volta che una squadra italiana si trovava in difficoltà, qualcuno stava guardando attraverso un’ottica, respirando lentamente.
calcolando vento e distanza e premendo il grilletto nel momento esatto in cui serviva. E quel qualcuno aveva un nome che lui non avrebbe mai dimenticato, Giulia Moretti, il fantasma delle montagne, l’angelo custode che nessuno vedeva, ma che tutti dovevano ringraziare per essere ancora vivi. Se sei arrivato fino a questo capitolo finale, significa che la storia di Giulia Moretti ti ha accompagnato dall’inizio alla fine.
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Ora concludiamo la storia della tiratrice che nessuno vedeva ma che tutti dovevano ringraziare per essere vivi. 2 anni passarono da quell’incontro in Sardegna. due anni in cui Giulia Moretti continuò a fare quello che sapeva fare meglio, sparire tra le montagne, posizionarsi in posti dove l’aria era così rarefatta che respirare diventava un’impresa e proteggere squadre che non sapevano nemmeno che lei esistesse.
Il suo record personale salì a 43 colpi confermati in missioni operative, un numero che la metteva tra i migliori cecchini nella storia delle forze speciali italiane. forse il migliore in assoluto se si consideravano le distanze estreme a cui operava abitualmente, ma nessuno, al di fuori di una ristretta cerchia di ufficiali superiori e operatori d’elite, conosceva il suo nome.
Nessun giornale aveva mai scritto di lei. Nessuna foto ufficiale la ritraeva con medaglie o riconoscimenti, perché il suo lavoro richiedeva restare completamente invisibile. operò in Afghanistan fino al ritiro finale delle forze della coalizione nel 2021, poi venne riassegnata ad altre zone calde, Libia, dove gruppi terroristici continuavano a minacciare gli interessi italiani e le rotte migratorie, Siria settentrionale, in operazioni congiunte con forze speciali alleate e persino in alcune missioni classificate in Africa subsahariana, dove cellule estremiste
rappresentavano minacce dirette a contingenti italiani. Ogni volta era la stessa storia. Giulia veniva inserita settimane prima dell’operazione principale. Si posizionava su vette isolate. Rimaneva lì per giorni o settimane vivendo con razioni minime, dormendo poche ore, sopportando temperature estreme e quando arrivava il momento critico, quando qualcuno si trovava in difficoltà, lei sparava il colpo che cambiava tutto.
Alcuni comandanti iniziarono a chiamarla direttamente attraverso canali riservati, chiedendo specificamente che venisse assegnata alle loro operazioni, perché sapevano che con lei in posizione le probabilità di successo aumentavano drasticamente. Il colonnello sabato, che ormai era diventato generale e coordinava tutte le operazioni speciali italiane all’estero, la definì una volta durante un briefing riservato come la risorsa più preziosa e meno conosciuta delle forze armate italiane e aggiunse che se avesse potuto
clonare 10 Giulia Moretti potrebbe ridurre le perdite operative italiane del 70%. Ma quel tipo di vita lascia cicatrici che nessuno vede. Giulia non parlava mai di quello che provava quando sparava, di quello che significava vedere un essere umano crollare a 3 km di distanza, sapendo che eri tu a premere il grilletto di quello che costava stare completamente sola per settimane, sapendo che un singolo errore poteva far morire qualcuno.
non andava agli psicologi militari più spesso del necessario, non si lamentava mai, non chiedeva mai trasferimenti a ruoli meno stressanti, faceva semplicemente il lavoro, tornava alla base, si allenava ancora più duramente e ripartiva per la missione successiva. Ma qualcosa iniziò a cambiare nell’estate del 2022.
Giulia avevaappena completato una missione particolarmente difficile in Libia, un’operazione durata 40 giorni, durante i quali era rimasta posizionata su una collina desertica sotto il sole che superava i 50°, proteggendo un’unità di ricognizione degli incursori che operava in territorio controllato da milizie ostili.
aveva sparato 11 colpi in quella missione, 11 bersagli neutralizzati, zero perdite tra gli italiani. Ma quando tornò alla base di Brindisi, il medico militare che faceva i controlli di routine notò che aveva perso 8 kg, che era disidratata, nonostante avesse seguito i protocolli e che aveva una lieve infezione respiratoria causata dalla polvere del deserto che aveva respirato per oltre un mese.
Il medico la mise in riposo forzato per tre settimane. operazioni, niente addestramenti pesanti, solo recupero fisico. Giulia accettò senza protestare, ma quelle tre settimane furono le più difficili che avesse mai passato, perché per la prima volta in anni non aveva il lavoro a tenerla occupata, non aveva missioni a cui pensare, non aveva bersagli da calcolare, aveva solo il silenzio, la memoria e i fantasmi di 43 persone che aveva ucciso, anche se erano nemici, anche se stava proteggendo i suoi compagni, anche se non c’era alter
alternativa. Fu in quel periodo che Santoro, che era stato promosso a Colonnello e aveva assunto il comando di un’unità operativa degli incursori, la rintracciò. Sapeva che era in licenza forzata, sapeva che probabilmente stava attraversando un momento difficile perché aveva visto abbastanza veterani per riconoscere i segni e le scrisse un messaggio breve attraverso i canali interni.
Se aveva bisogno di parlare con qualcuno che capiva, lui c’era. Giulia rispose dopo due giorni. Accettò di vederlo non alla base, ma in un piccolo ristorante sul lungomare di Taranto, la sua città natale, un posto tranquillo dove nessuno li avrebbe riconosciuti o disturbati. Si incontrarono una sera di settembre, il tramonto che tingeva il mare di arancione e rosso e per la prima volta Giulia parlò davvero di quello che provava.
disse che ogni colpo che sparava le lasciava un peso che non se ne andava mai, che si accumulava come strati di cemento sul petto, che a volte si svegliava di notte e rivedeva i bersagli cadere, anche se erano a 3 km di distanza e anche se attraverso l’ottica erano solo sagome. disse che sapeva razionalmente di aver fatto la cosa giusta, che ogni persona che aveva ucciso stava per uccidere qualcun altro, che non c’erano alternative, ma che questo non rendeva più facile convivere con quello che aveva fatto.
Disse anche che aveva paura di smettere, perché se smetteva allora tutte quelle morti non avrebbero più senso, non farebbero più parte di qualcosa di più grande, sarebbero solo 43 vite che lei aveva preso e basta. Santoro ascoltò senza interrompere, poi le raccontò qualcosa che non aveva mai detto a nessuno.
Dopo quella giornata sulla cresta in Afghanistan, dopo essere stato salvato dai suoi colpi, aveva passato mesi a sognare di morire in quel posto, di non essere mai stato salvato, di vedere i suoi uomini massacrati uno dopo l’altro. disse che il peso del sopravvissuto era pesante quanto il peso di chi aveva premuto il grilletto.
Perché in entrambi i casi ti chiedevi perché tu sì e altri no? perché meritavi di vivere quando altri morivano. Ma disse anche che con il tempo aveva capito una cosa, che l’unico modo per dare senso a quello che era successo era continuare a vivere nel modo giusto, fare il lavoro nel modo giusto, assicurarsi che le vite salvate e le vite perse non fossero sprecate.
disse a Giulia che lei aveva salvato non solo lui e i suoi sette uomini, ma anche le decine di altre persone che loro avevano poi protetto nelle missioni successive, le famiglie che avevano ancora un padre perché lei aveva sparato quel colpo impossibile. I figli che sarebbero nati perché qualcuno era tornato a casa vivo.
disse che il conto non era 43 vite prese, ma centinaia di vite salvate attraverso quelle 43 scelte difficili. Giulia lo guardò per un lungo momento, gli occhi lucidi per la prima volta da quando Santoro la conosceva. Poi disse semplicemente “Grazie, non per le parole, ma per aver capito, per essere stato lì, per aver fatto quello che pochi avrebbero fatto, cercare qualcuno che aveva bisogno di sentire che quello che faceva contava davvero.
Quella conversazione cambiò qualcosa in Giulia. Non risolse tutto, perché quel tipo di peso non scompare mai completamente, ma le diede qualcosa che aveva perso da tempo, la prospettiva, la capacità di vedere il quadro più grande, la certezza che quello che faceva non era solo distruzione, ma protezione nella sua forma più pura.
tornò al lavoro tre settimane dopo, ma con un approccio diverso. Continuò a fare missioni, continuò a sparare quando necessario, ma iniziò anche ad accettare l’incarico che le era stato offerto più volte, addestrare la prossima generazione ditiratori scelti, non a tempo pieno, ma quando non era dispiegata all’estero, quando poteva trasmettere quello che sapeva a chi veniva dopo.
Il suo primo allievo fu un ragazzo di 22 anni di Napoli, Francesco Rizzo, che aveva talento naturale, ma mancava di disciplina mentale. Giulia lo prese sotto la sua ala, lo portò sul campo di tiro di Brindisi e gli insegnò quello che suo padre le aveva insegnato, quello che Ferrante le aveva mostrato, quello che aveva imparato su montagne dove un errore costava vite.
gli insegnò che il tiro di precisione non era solo tecnica, era controllo mentale totale, era capacità di restare calmi quando tutto intorno era caos, era sapere quando sparare e quando aspettare, anche se ogni fibra del tuo corpo urlava di fare qualcosa. Rizzo divenne uno dei migliori tiratori della sua generazione e quando gli chiedevano chi lo avesse addestrato, diceva sempre lo stesso nome con rispetto reverenziale, Moretti.
Gli anni passarono, Giulia continuò a operare, continuò ad addestrare, continuò ad essere quel fantasma che proteggeva dal silenzio delle montagne. Il suo record salì a 57 colpi confermati, poi a 63, poi smise di contare perché i numeri non significavano nulla. Quello che contava erano le lettere che riceveva a volte, lettere anonime lasciate nella sua casella alla base, lettere di mogli che non sapevano chi lei fosse, ma che scrivevano per ringraziare chiunque avesse riportato a casa il loro marito.
Lettere di madri che non sapevano il suo nome, ma che pregavano per chiunque avesse salvato il loro figlio. Giulia conservava quelle lettere in una scatola nella sua stanza. e le rileggeva quando il peso diventava troppo forte, quando i fantasmi tornavano, quando si chiedeva se ne valesse la pena e ogni volta che le leggeva trovava la risposta.
Nel 2025, quando Giulia aveva 31 anni, il generale sabato la convocò nel suo ufficio a Roma, nel quartier generale del comando operazioni speciali. le disse che i vertici militari volevano assegnarle la medaglia al valor militare, la più alta onorificenza italiana per i servizi straordinari resi alle forze armate in 12 anni di operazioni.
La cerimonia sarebbe stata privata. nessun giornalista, nessuna fotografia pubblica, ma il riconoscimento ufficiale che quello che aveva fatto era stato straordinario. Giulia ci pensò per qualche giorno, poi rifiutò educatamente. Disse che non voleva medaglie, non voleva riconoscimenti ufficiali, non voleva niente che potesse compromettere la sua capacità di continuare a fare il lavoro.
disse che l’unica cosa che voleva era sapere che quando qualcuno aveva bisogno, lei poteva essere lì, invisibile, silenziosa, letale. Sabato la guardò con quello sguardo che stava a metà tra il rispetto e l’incredulità. Poi disse che suo padre sarebbe stato orgoglioso oltre ogni misura.
Giulia sorrise e in quel sorriso raro che pochi avevano mai visto e disse che lo sapeva, che lo sentiva ogni volta che guardava attraverso l’ottica, ogni volta che respirava prima di sparare, ogni volta che proteggeva qualcuno che non avrebbe mai saputo che lei esisteva. Oggi Giulia Moretti continua a fare quello che ha sempre fatto.
opera in zone che nessuno conosce e protegge squadre che non sanno di essere protette, spara colpi che sembrano impossibili da distanze che sfidano la fisica. Il suo nome è leggenda tra chi opera nelle forze speciali italiane, ma è un segreto custodito gelosamente, perché rivelare chi è significherebbe compromettere la sua efficacia, significherebbe togliere all’Italia uno degli strumenti più preziosi nella lotta contro il terrorismo e nella protezione dei soldati all’estero.
Cantoro, che ora è generale e comanda tutte le operazioni degli incursori, tiene ancora quella foto satellitare nella sua scrivania, quella foto con il punto blu sulla montagna a 3000 m di distanza. Ogni volta che invia una squadra in missione ad alto rischio, la guarda e pensa a Giulia lassù da qualche parte, sola, invisibile, con il dito sul grilletto e la determinazione assoluta di riportare tutti a casa.
E quando i comandanti giovani gli chiedono se le leggende che sentono sono vere, se esiste davvero un tiratore fantasma che protegge gli italiani da montagne impossibili, lui sorride e dice semplicemente: “Se un giorno ti trovi in difficoltà, se pensi che sia finita, se senti un colpo echeggiare da una distanza che non riesci nemmeno a immaginare, non chiederti chi sta mirando.
Ringrazia semplicemente chi ti ha appena salvato.” la vita e vai avanti a fare il tuo lavoro come quella persona sta facendo il suo, perché da qualche parte, su una vetta che nemmeno gli uccelli raggiungono, Giulia Moretti sta guardando attraverso un’ottica, sta respirando lentamente, sta calcolando vento e gravità e rotazione terrestre e sta aspettando il momento esatto in cui premere il grilletto.
E quando quel momento arriva non sbaglia mai, perché ha imparato da suo padre che quando proteggi all’errore. Hai solo il dovere di farequello che serve, anche se nessuno ti vede, anche se nessuno ti ringrazia, anche se costa caro. E Giulia Moretti ha pagato quel prezzo ogni giorno per 13 anni, senza mai chiedere nulla in cambio, tranne la certezza che qualcuno da qualche parte è tornato a casa vivo perché lei era lassù a guardare.
Quella è la storia del fantasma delle montagne, nel colpo cheggiò a 3247 m, della tiratrice che nessuno vedeva, ma che tutti dovevano ringraziare. E quella storia continua ancora oggi tra le vette dove l’aria è rarefatta e il silenzio è rotto solo dal suono di un fucile che salva vite a distanze impossibili.















