Caso Garlasco, lo scontro in aula riaccende il mistero: Procura e parte civile su fronti opposti


L’udienza del 16 maggio presso il Tribunale di Pavia non è stata una semplice tappa procedurale, ma si è trasformata in uno dei momenti più tesi e rivelatori dell’intera vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Chiara Poggi. A quasi vent’anni dal delitto che ha sconvolto Garlasco e l’Italia intera, le posizioni tra la Procura e la parte civile appaiono oggi più distanti che mai, delineando uno scontro profondo non solo sul piano tecnico-giuridico, ma anche su quello simbolico e umano.
Da un lato il vice procuratore Stefano Civardi, portavoce di una linea investigativa che mira a chiudere definitivamente i cerchi rimasti aperti; dall’altro l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, storico legale della famiglia Poggi, deciso a contrastare quella che definisce una deriva investigativa sterile e potenzialmente infinita. In mezzo, un nome che torna con forza al centro del dibattito: Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, oggi indagato per omicidio.
La sorpresa della Procura: “Una richiesta che non comprendiamo”
L’intervento del vice procuratore Civardi in aula è stato netto, quasi incredulo. Secondo quanto emerge dal verbale dell’udienza, il magistrato ha espresso apertamente la propria sorpresa di fronte alle richieste avanzate dalla parte civile, in particolare quella di procedere con una nuova e ampia udienza di accertamento probatorio.
«Siamo rimasti sinceramente colpiti – ha affermato Civardi – nel leggere una memoria che, di fatto, propone una ricostruzione alternativa a quella richiesta dall’ufficio del pubblico ministero. E ancor più colpiti dal fatto che tale iniziativa non provenga dalla difesa dell’indagato, bensì dalla parte civile».
Un’affermazione che ha immediatamente chiarito il clima: non un confronto tecnico, ma un vero cortocircuito tra ruoli processuali tradizionali. La parte civile, secondo la Procura, sembrerebbe voler assumere una funzione che va oltre la tutela dei propri interessi, arrivando a incidere direttamente sulla strategia investigativa.
La replica di Tizzoni: “Otto anni di tentativi falliti”

La risposta dell’avvocato Gian Luigi Tizzoni non si è fatta attendere ed è stata altrettanto dura. Con un tono fermo, il legale ha respinto al mittente ogni accusa di strumentalità, ribadendo che l’unico obiettivo della famiglia Poggi è la verità, una verità che – a loro avviso – è già stata stabilita dai tribunali.
Secondo Tizzoni, l’attuale indagine rappresenterebbe l’ennesimo capitolo di una lunga sequenza di tentativi, durati oltre otto anni, di rimettere in discussione una sentenza definitiva. Un’operazione che il legale definisce “extraprocessuale”, costruita più nel dibattito mediatico che nelle aule di giustizia.
La famiglia Poggi, ha ricordato l’avvocato, continua a ritenere Alberto Stasi l’unico responsabile dell’omicidio di Chiara, come stabilito in via definitiva dalla Corte di Cassazione. Ogni deviazione da questo punto fermo viene vissuta come un’ingiustificata riapertura di ferite mai rimarginate.
Il nodo dell’analisi del DNA: una frattura insanabile
Il cuore dello scontro resta l’analisi genetica. In particolare, il materiale biologico rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi, da anni oggetto di interpretazioni contrastanti. La Procura di Pavia ritiene che quel DNA, seppur minimo e parziale, possa essere compatibile con quello di Andrea Sempio. Una compatibilità che, secondo i consulenti, giustificherebbe ulteriori approfondimenti.
Di tutt’altro avviso la parte civile, che chiede di ampliare drasticamente il perimetro delle comparazioni genetiche. Non solo Sempio, non solo Stasi – già condannato in via definitiva – ma una platea molto più ampia di soggetti: investigatori, soccorritori, tecnici, medici legali e chiunque abbia avuto contatti con il corpo o con l’ambiente della villetta di via Pascoli.
“Non possiamo inseguire l’ignoto per altri dieci anni”
Uno dei passaggi più forti dell’intervento di Tizzoni riguarda proprio il rischio di una deriva infinita. Secondo il legale, concentrarsi su una sola figura significherebbe aprire la porta a una caccia senza fine a “ignoti numerati”, una sequenza potenzialmente interminabile di sospetti senza volto.
L’avvocato ha parlato esplicitamente del pericolo di ritrovarsi, tra dieci anni, a discutere ancora di un “Ignoto 7, 8 o 9”, senza aver mai chiarito definitivamente l’origine reale di quelle tracce genetiche. Da qui la richiesta di un’indagine estesa, trasparente, che includa anche chi ha operato sulla scena del crimine senza adeguate protezioni.
Il tema della contaminazione: un’ipotesi mai del tutto esclusa
Altro punto centrale è la possibilità di contaminazione. Un’ipotesi che la Procura tende a ridimensionare, ma che per la parte civile resta tutt’altro che remota. Agosto 2007, caldo intenso, numerose persone che entrano ed escono dalla villetta nelle prime ore successive al ritrovamento del corpo.
Secondo Tizzoni, anche una minima quantità di sudore o saliva potrebbe aver trasferito materiale genetico sulle mani della vittima. Un rischio aumentato dal fatto che, come emerso, alcuni carabinieri si sarebbero mossi all’interno dell’abitazione senza guanti.
Il riferimento a Genova 2014 e alle quantità infinitesimali di DNA
L’attenzione si sposta poi sul laboratorio di Genova, dove nel 2014 furono effettuate alcune analisi cruciali. Anche in quel contesto, secondo la parte civile, non sarebbe possibile escludere del tutto il rischio di contaminazioni, soprattutto considerando che si trattava di quantità di DNA estremamente ridotte.
Un punto su cui lo stesso consulente della Procura, Carlo Previderè, avrebbe riconosciuto la delicatezza del materiale. Tracce talmente esigue da rendere necessaria la massima cautela interpretativa.
Il nome di Marco Panzarasa e il computer di Londra
Tra i soggetti indicati per un eventuale prelievo di DNA compare anche Marco Panzarasa, amico di Alberto Stasi. Il suo nome emerge non per sospetti diretti, ma per una concatenazione di circostanze: l’uso del computer di Stasi durante un viaggio a Londra e l’utilizzo dello stesso computer da parte di Chiara Poggi la sera prima dell’omicidio.
Secondo Tizzoni, includere Panzarasa nelle comparazioni servirebbe esclusivamente a escluderlo in modo definitivo, evitando future speculazioni. Una richiesta che, però, la Procura guarda con scetticismo, ritenendola un allargamento eccessivo e non necessario.
Due visioni inconciliabili della giustizia
Ciò che emerge con forza dall’udienza del 16 maggio è la presenza di due visioni profondamente diverse della giustizia. Da una parte l’esigenza investigativa di chiarire ogni possibile ombra, anche a costo di rimettere in discussione certezze consolidate. Dall’altra la necessità, sentita dalla famiglia Poggi, di preservare una verità giudiziaria che ha già richiesto anni di dolore e battaglie.
La giudice per le indagini preliminari, Daniela Garlaschelli, si trova ora a dover decidere se e in che misura accogliere le richieste delle parti, in un equilibrio delicatissimo tra diritto alla verità, certezza del diritto e rispetto per le vittime.
Un caso che rifiuta di chiudersi
Il caso Poggi continua a dimostrare una straordinaria capacità di riemergere, di riaccendere dibattiti, di dividere opinioni. Ogni nuova analisi, ogni udienza, ogni dichiarazione sembra aggiungere un nuovo strato a una vicenda già complessissima.
E mentre Alberto Stasi resta, giuridicamente, l’unico colpevole riconosciuto, l’ombra del dubbio – alimentata da nuove tecnologie e da letture divergenti delle prove – continua ad allungarsi sul delitto di Garlasco.
La domanda che resta sospesa, oggi più che mai, è se la giustizia debba continuare a cercare o se, a un certo punto, debba anche saper fermarsi. In aula, il confronto è solo all’inizio. E il caso Chiara Poggi, ancora una volta, dimostra di non voler trovare pace.















