Caso Garlasco: le nuove consulenze della famiglia Poggi, il nodo della revisione e le contraddizioni dei possibili scenari futuri

Il caso Garlasco continua a rappresentare uno dei capitoli più complessi e controversi della cronaca giudiziaria italiana. A distanza di anni dalla condanna definitiva di Alberto Stasi, il dibattito giuridico e mediatico resta vivo, alimentato da nuove iniziative difensive e da scenari processuali tutt’altro che semplici. In questo contesto si inserisce l’annuncio della difesa della famiglia Poggi, che ha dichiarato l’intenzione di dotarsi di nuove consulenze tecniche per riesaminare l’intero materiale probatorio raccolto nel corso dei processi e delle indagini, sia passate sia eventualmente future.
La scelta della famiglia Poggi non è casuale né meramente simbolica. Essa si colloca in una fase delicata, segnata dal preannuncio, da parte della difesa di Alberto Stasi, di una richiesta di revisione della sentenza di condanna. La revisione, com’è noto, rappresenta uno strumento straordinario del nostro ordinamento, ammesso solo in presenza di presupposti rigorosi e di prove nuove idonee a scardinare il giudicato.
Le nuove consulenze: obiettivi e limiti
L’obiettivo dichiarato della difesa della famiglia Poggi è quello di riesaminare criticamente tutto il materiale tecnico dei processi e delle indagini, al fine di predisporre eventuali prove contrarie rispetto a quelle che potrebbero essere introdotte dalla difesa di Stasi nel procedimento di revisione. Si tratta, quindi, di un’attività difensiva preventiva, volta a non farsi trovare impreparati qualora il procedimento di revisione dovesse effettivamente superare il primo e più delicato ostacolo: il vaglio di ammissibilità.
È fondamentale ricordare che la revisione non è un nuovo processo “pieno”. Non si tratta di rifare da capo l’istruttoria né di rimettere automaticamente in discussione tutte le prove già valutate nei precedenti gradi di giudizio. Al contrario, il giudizio di revisione ha confini ben delimitati: l’attività istruttoria non è completa e la prova contraria può essere ammessa solo in relazione diretta alle nuove prove addotte dalla difesa del condannato.
In questo senso, anche le consulenze tecniche della famiglia Poggi, qualora utilizzate nel processo di revisione, sarebbero soggette a limiti stringenti. Non potrebbero, cioè, trasformarsi in una rilettura generale dell’intero processo, ma dovrebbero agganciarsi puntualmente alle prove nuove introdotte dalla difesa di Stasi.
Il vaglio di ammissibilità: l’ostacolo decisivo
Un punto centrale, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, è rappresentato dal giudizio preliminare di ammissibilità della revisione. Nel caso specifico, la competenza spetterebbe alla Corte d’Appello di Brescia, la stessa che in passato ha già affrontato casi analoghi, come quello del delitto di Erba.
Proprio il precedente di Erba rappresenta un monito significativo: la difesa di Rosa Bazzi e Olindo Romano non riuscì a superare il vaglio preliminare, vedendosi negata l’apertura del processo di revisione. Questo dimostra quanto sia elevata la soglia richiesta per accedere alla fase dibattimentale della revisione e quanto sia tutt’altro che scontato che la richiesta venga accolta.
Solo nel caso in cui tale vaglio venisse superato, il processo di revisione entrerebbe nel vivo e la partecipazione della difesa della famiglia Poggi, così come quella del pubblico ministero, assumerebbe un ruolo più incisivo e strutturato.
Il ruolo del pubblico ministero e il possibile conflitto di posizioni
Un ulteriore elemento di complessità riguarda la posizione del pubblico ministero. Nulla esclude, in astratto, che il PM possa assumere un orientamento favorevole all’accoglimento della richiesta di revisione, ritenendo fondate le nuove prove addotte dalla difesa di Stasi. In tale scenario, la famiglia Poggi si troverebbe a essere l’unica parte fermamente contraria alla revisione, con un evidente squilibrio dialettico all’interno del processo.
Questo aspetto evidenzia come il giudizio di revisione non sia soltanto una battaglia tecnica, ma anche un delicato gioco di equilibri tra le parti, in cui le strategie processuali assumono un peso determinante.
Il possibile processo a carico di Andrea Sempio: una contraddizione difficile da sciogliere
Lo sguardo, tuttavia, non può fermarsi al solo procedimento di revisione. Un altro fronte potenzialmente aperto è rappresentato dal possibile futuro processo a carico di Andrea Sempio. Ed è proprio qui che emergono alcune delle contraddizioni giuridiche più difficili da superare.
Per poter partecipare a un eventuale processo nei confronti di Sempio, la famiglia Poggi dovrebbe costituirsi parte civile. Ma la costituzione di parte civile presuppone una domanda di risarcimento del danno, fondata sull’accertamento della responsabilità penale dell’imputato. In altre parole, ci si costituisce parte civile chiedendo che l’imputato venga riconosciuto colpevole.
La difficoltà nasce dal fatto che le consulenze tecniche di cui oggi la difesa della famiglia Poggi intende dotarsi sembrerebbero orientate a contrastare una ricostruzione alternativa dei fatti, piuttosto che a sostenere una responsabilità penale diversa e coerente. Si crea così una tensione evidente: come può una parte civile chiedere la condanna di un imputato e, allo stesso tempo, produrre consulenze che, direttamente o indirettamente, mettono in discussione una responsabilità penale univoca?
Si tratta di un nodo giuridico complesso, che inevitabilmente dovrà essere affrontato e risolto, qualora entrambi i procedimenti – revisione e nuovo processo – dovessero effettivamente prendere forma.
Conclusioni: un caso ancora lontano dalla parola fine
Il caso Garlasco, dunque, è tutt’altro che chiuso. Le nuove consulenze annunciate dalla famiglia Poggi, i limiti strutturali del giudizio di revisione, il possibile ruolo del pubblico ministero e le contraddizioni legate a un eventuale processo parallelo rendono lo scenario estremamente articolato.
Più che a una verità definitiva, ci troviamo di fronte a una complessa partita giuridica, in cui ogni mossa dovrà fare i conti con regole procedurali rigide e con un passato giudiziario già cristallizzato da sentenze definitive. Resta da capire se e in che misura il sistema sarà in grado di affrontare queste nuove sfide senza tradire i principi di certezza del diritto e di tutela delle parti coinvolte.
Una cosa, però, è certa: il caso Garlasco continuerà ancora a lungo a interrogare giuristi, magistrati e opinione pubblica, confermandosi come uno dei banchi di prova più delicati della giustizia italiana.















