Delitto di Civitavecchia: la confessione di Claudio Carlomagno respinta dalla Procura Tra contraddizioni, immagini video e un racconto che non convince gli inquirenti

Delitto di Civitavecchia: la confessione di Claudio Carlomagno respinta dalla Procura

Tra contraddizioni, immagini video e un racconto che non convince gli inquirenti

La vicenda che ruota attorno alla morte della moglie di Claudio Carlomagno continua a sollevare interrogativi profondi e inquietanti. Nonostante l’uomo abbia confessato di aver ucciso la donna, la Procura di Civitavecchia, guidata dal procuratore Alberto Liguori, ha respinto la confessione giudicandola incoerente, contraddittoria e non compatibile con gli elementi oggettivi raccolti durante le indagini.

Un caso che, anziché trovare chiarezza dopo l’ammissione di colpa, si è ulteriormente complicato, aprendo nuovi scenari investigativi e sollevando dubbi sulla reale dinamica dei fatti.

La confessione: “Ho perso il controllo”

Claudio Carlomagno, durante uno degli interrogatori, ha dichiarato di essere responsabile della morte della moglie. Una confessione che, almeno in apparenza, sembrava mettere un punto fermo sull’indagine. Tuttavia, fin dalle prime battute, il racconto dell’uomo ha mostrato numerose incongruenze.

Secondo quanto riferito da Carlomagno, la tragedia sarebbe avvenuta al termine di un violento litigio domestico. L’uomo avrebbe ammesso di aver bevuto alcolici e di aver perso il controllo delle proprie azioni:

«Avevo bevuto, non ero lucido. Io e mia moglie stavamo litigando, la tensione era altissima e a un certo punto ho perso il controllo».

Parole che descrivono un’esplosione di rabbia improvvisa, alimentata dall’alcol e da una relazione già segnata da conflitti. Tuttavia, per gli inquirenti, questa versione non regge all’analisi dei fatti.

Le discrepanze nella scena del crimine

La scena del crimine, così come ricostruita dalla polizia scientifica, non corrisponderebbe al racconto fornito da Carlomagno. Alcuni dettagli fondamentali – la posizione del corpo, le tracce ematiche, la disposizione degli oggetti nell’abitazione – non sarebbero compatibili con una colluttazione improvvisa avvenuta in un momento di perdita di controllo.

Gli investigatori parlano di una dinamica più complessa, che potrebbe indicare un’azione diversa da quella descritta nella confessione. In particolare, emergerebbero elementi che suggeriscono una possibile premeditazione o, quantomeno, una ricostruzione dei fatti non spontanea.

Il procuratore Liguori è stato chiaro:

«Una confessione, per essere considerata attendibile, deve trovare riscontro negli elementi oggettivi. In questo caso, tali riscontri non ci sono.»

I video e le indagini tecnologiche

Un altro punto critico riguarda le riprese video analizzate dagli inquirenti. Telecamere di sorveglianza, sia pubbliche che private, avrebbero ripreso movimenti e orari che non coincidono con quanto dichiarato da Carlomagno.

Secondo la Procura, alcune immagini mostrerebbero comportamenti dell’uomo calmi e controllati in momenti successivi a quelli in cui avrebbe, secondo la sua versione, perso completamente il controllo. Un dettaglio che mina ulteriormente la credibilità della confessione.

Anche i dati dei telefoni cellulari, come le celle agganciate e gli orari di utilizzo, sembrerebbero raccontare una storia diversa.

Una relazione segnata da tensioni

Dalle testimonianze di amici, parenti e conoscenti emerge il ritratto di una coppia attraversata da frequenti discussioni. Litigi, incomprensioni e un clima familiare deteriorato nel tempo.

Alcuni testimoni hanno riferito di urla e discussioni accese avvenute anche nei giorni precedenti alla morte della donna. Tuttavia, nessuno avrebbe mai immaginato un epilogo così tragico.

Questi elementi contribuiscono a delineare un contesto di conflitto, ma non bastano, secondo la Procura, a giustificare o spiegare in modo coerente la dinamica raccontata dall’uomo.

Perché la confessione non convince

Non è raro che una confessione venga messa in discussione dagli inquirenti, soprattutto quando appare strumentale o finalizzata a ottenere benefici processuali, come attenuanti o una riduzione di pena.

Nel caso di Carlomagno, gli investigatori sospettano che la confessione possa essere:

Parziale, omettendo dettagli fondamentali

Costruita, adattata a ciò che l’uomo credeva fosse già noto

Incongruente, rispetto alle prove scientifiche

Il procuratore Liguori ha sottolineato come la giustizia non possa basarsi solo sulle parole di un indagato:

«Il nostro compito è accertare la verità, non accettare una versione dei fatti che non trova riscontro nella realtà.»

Il ruolo dell’alcol: attenuante o strategia difensiva?

La dichiarazione di aver bevuto e di aver perso il controllo introduce il tema dell’alcol come possibile attenuante. Tuttavia, anche su questo punto, la Procura invita alla cautela.

Le analisi tossicologiche e gli elementi raccolti non dimostrerebbero uno stato di alterazione tale da giustificare una totale incapacità di intendere e di volere. Per gli inquirenti, il riferimento all’alcol potrebbe rappresentare una strategia difensiva, piuttosto che una spiegazione autentica.

Le prossime fasi dell’inchiesta

L’indagine resta aperta e complessa. La Procura sta valutando ulteriori accertamenti, nuove perizie e l’ascolto di altri testimoni. Non è escluso che vengano contestati a Carlomagno capi d’imputazione più gravi rispetto a quelli inizialmente ipotizzati.

Nel frattempo, la confessione rimane agli atti, ma non viene considerata una verità processuale.

Una verità ancora da chiarire

Il caso di Claudio Carlomagno dimostra come, anche di fronte a un’ammissione di colpa, la giustizia debba procedere con rigore e prudenza. La morte di una donna resta il fulcro tragico di questa vicenda, mentre la verità continua a essere avvolta da zone d’ombra.

Le parole dell’uomo — “ho perso il controllo” — non bastano a spiegare ciò che è accaduto. Saranno le prove, e non le confessioni contraddittorie, a stabilire cosa sia successo davvero quella notte.