“Non piangere, signore, mia madre sta arrivando per salvarti”: il Duca non avrebbe mai potuto immaginare chi fosse!

“Non piangere, signore, mia madre sta arrivando per salvarti”: il Duca non avrebbe mai potuto immaginare chi fosse!

Il Duca di Ravincorte aveva sempre creduto che la prigionia fosse un destino riservato agli uomini senza nome, privi di storia e di potere. Mai avrebbe immaginato che un giorno avrebbe disceso i gradini umidi e tenebrosi che conducevano ai sotterranei del suo medesimo castello non in veste di signore, bensì di prigioniero.

La tempesta che aveva isolato la regione nelle ultime quarantotto ore pareva una congiura della natura stessa. Le strade erano impraticabili, i fiumi erano esondati e nessuna carrozza sarebbe riuscita ad attraversare il fango che aveva mutato i sentieri in trappole mortali. Egli era solo. Senza alleati. Senza via di fuga. L accusa era elegante nella sua crudeltà: frode ereditaria.

Documenti asseritamente falsificati. Registri alterati. Un sigillo ancestrale utilizzato senza legittimo diritto. Troppo perfetto per essere una coincidenza. Troppo specifico per essere un errore. Tre giorni addietro, le guardie della Corona erano giunte al castello con un mandato recante la firma del Magistrato Regionale.

 Non vi fu violenza non era necessaria. Quel foglio recava un peso maggiore di qualunque spada. Sebastiano era stato condotto nei sotterranei temporaneamente, mentre le accuse venivano investigate. Ma egli conosceva la verità. Qualcuno bramava tempo. Tempo affinché rimanesse isolato. Tempo affinché i documenti svanissero o apparissero.

 Tempo affinché il vero colpo di mano venisse eseguito. Ed egli era certo di chi vi fosse dietro. Lord Carrow, suo cugino lontano un uomo dal sorriso viscido, dall ambizione sfrenata e da un invidia che Sebastiano aveva sempre percepito, ma mai considerato con la dovuta serietà. La cella misurava tre metri per due. Pareti di pietra umida ricoperte di muschio nelle fessure.

Un giaciglio di legno con un sottile pagliericcio che esalava odore di muffa. Un secchio in un angolo per le necessità primarie un umiliazione calcolata per fiaccare l orgoglio di un uomo avvezzo a dormire tra lenzuola di seta. Tuttavia, il peggio non era il freddo che penetrava sino alle ossa, né il misero rancio che le guardie recavano due volte al giorno. Il peggio era il silenzio.

 Quel genere di silenzio che amplifica ogni pensiero, ogni dubbio, ogni mancanza accumulata nel corso di una vita. Sebastiano appoggiò la fronte contro le sbarre gelide, chiudendo gli occhi. Quante decisioni errate lo avevano condotto sin lì? Quante volte aveva riposto fiducia in persone che non la meritavano? Quante volte aveva anteposto il mantenimento delle apparenze alla ricerca della verità? Vostra Grazia? La voce era sottile, infantile, spaventosamente fuori luogo in quel corridoio di pietra e disperazione. Sebastiano aprì gli occhi e

scorse l impossibile: una fanciulla. Non aveva più di sei anni, i capelli castano chiari raccolti in due trecce scarmigliate, un abito semplice di cotone azzurro con rattoppi visibili sui gomiti, scarpe logore che erano già appartenute a qualcuno di più grande. Ma erano gli occhi a catturare l attenzione enormi, color del miele, con una profondità che non s addiceva alla sua età.

 La bambina reggeva una lanterna d ottone con entrambe le mani, la fiamma oscillante creava ombre danzanti sulle pareti. Ella non pareva aver timore di lui. Peggio: pareva averne pietà. Sebastiano corrugò la fronte, con la voce che uscì più aspra di quanto intendesse. Come sei entrata qui? Dove sono le guardie? La fanciulla compì altri due passi, approssimandosi alle sbarre con un coraggio che sfidava la logica.

 La lanterna illuminò il suo volto ora, e Sebastiano vide che vi erano lacrime asciutte sulle guance paffute, ma anche determinazione nel mento levato. La guardia è andata a cercare altra legna rispose ella, con la voce chiara nonostante un lieve tremore. Io ne ho approfittato e sono venuta. Sei venuta a far cosa? Sebastiano non riusciva a decidere se essere irritato o impressionato.

Piccola, questo luogo è periglioso. Non dovresti essere qui. Lo so. Ella posò la lanterna al suolo e afferrò le sbarre con una mano. La mano era così minuta che a stento riusciva a cingere il ferro. Ma avevo necessità di vederla, signore. Per quale ragione? Gli occhi color miele si colmarono di lacrime fresche, ma ella ammiccò rapidamente, come se le fosse stato insegnato a esser forte. Perché ella è triste. Ho udito i servitori discorrere.

Hanno detto che il Duca è prigioniero e che nessuno può trarlo in salvo poiché la tempesta ha chiuso ogni strada e i giudici non gli presteranno fede e che. . . La voce le mancò. E che ella potrebbe essere messo a morte. L ultima parola uscì in un sussurro terrorizzato, e Sebastiano sentì qualcosa contrarsi nel petto.

Quando era stata l ultima volta che qualcuno aveva mostrato una genuina preoccupazione per lui? Non per il Duca, non per il titolo, bensì per l uomo? Egli si inginocchiò per trovarsi all altezza degli occhi della fanciulla. Come ti chiami? Lina. Lina. Sebastiano ripetéil nome con dolcezza.

 Sei figlia di qualcuno che presta servizio al castello? Mia madre è stata chiamata per cucire. Siamo giunte ieri. E tua madre sa che ti trovi qui? Lina abbassò lo sguardo, colpevole. No. Ella sta lavorando alle uniformi. Ma io dovevo venire. Perché. . . La fanciulla levò nuovamente il volto, e questa volta vi era qualcosa di diverso nei suoi occhi. Certezza. Fede assoluta. Perché io so come la storia termina. Lo sai? Sì.

 Lina lasciò la sbarra e tese la piccola mano attraverso le inferriate, come se desiderasse sfiorare il volto di lui ma non vi riuscisse. Mia madre narra sempre storie prima di dormire. Storie di cavalieri imprigionati nelle torri, di persone rette accusate di nefandezze, di draghi che in verità proteggono tesori.

 E sa cosa accade nel finale? Cosa accade? La fanciulla sorrise un sorriso piccolo, speranzoso, luminoso come la lanterna ai suoi piedi. Qualcuno giunge sempre a salvare. Sempre. Anche quando ognuno ritiene che non vi sia più rimedio. Sebastiano avvertì un nodo alla gola. L innocenza di quella affermazione, la fede incrollabile, contrastava b

rutalmente con la fredda realtà delle sbarre tra loro. Lina. . . iniziò egli, tentando di rinvenire parole gentili per spiegare che la vita reale non era simile alle fiabe, non sempre le cose volgono in tal modo. Talvolta, non vi è salvezza. Talvolta, persone innocenti. . . Non pianga lo interruppe ella, con la voce che riacquistava una forza inaspettata.

 La frase uscì come un antica promessa, come un giuramento che aveva attraversato le generazioni. Non pianga. . . mia madre verrà a salvarla. Il silenzio che seguì fu assoluto. Sebastiano s irrigidì, il respiro mozzo in petto. L audacia di quella affermazione, la certezza incrollabile con cui era stata pronunciata, lo colpì in un modo che nessuna parola di conforto di un adulto avrebbe mai sortito.

 Tua madre? ripeté egli, con la voce più rauca di quanto intendesse. Lina, tua madre è una sarta. Ella non ha il potere di. . . Ella salva sempre insistette Lina, come se fosse una verità universale. Anche quando nessuno lo merita. Anche quando pare impossibile. Ella osserva e scorge cose che gli altri non vedono. E allora ella aggiusta. Aggiusta? Tutto.

 Abiti lacerati, cuori infranti, menzogne divenute verità. La fanciulla inclinò il capo, studiando Sebastiano con intensità perturbante. Ella è stato strappato. Ma ella lo ricucirà. Prima che Sebastiano potesse replicare, passi pesanti echeggiarono nel corridoio. La guardia stava facendo ritorno. Lina afferrò rapidamente la lanterna. Devo andare.

 Ma non sia triste, intesi? Ella iniziò ad allontanarsi, ma si arrestò e volse lo sguardo indietro un ultima volta. Mia madre mantiene sempre ciò che io prometto per lei. E dunque svanì nelle tenebre, lasciando Sebastiano solo con il suono del proprio cuore che batteva scomposto e una sensazione insolita nel petto qualcosa tra una speranza ridicola e una curiosità feroce.

 Chi era la madre di quella bambina? Ora, all età di ventiquattro anni, Elisa aveva appreso a navigare nel mondo con una combinazione di resilienza silenziosa e dignità incrollabile. Non era una bellezza sfolgorante a catturare l attenzione sebbene possedesse tratti delicati, pelle color avorio e capelli castano scuri che brillavano di riflessi mogano sotto la luce appropriata.

 Era qualcosa di più sottile: la postura eretta anche quando reggeva un peso insopportabile, lo sguardo diretto che non si abbassava dinanzi a nessuno, le mani che cucivano con precisione chirurgica. La convocazione per Ravincorte era giunta come una sorpresa. La governante capo, Signora Valenti, aveva inviato un messaggio urgente: Cercasi sarta qualificata per riparazioni d emergenza. Compenso generoso. Alloggio incluso.

Presentarsi immediatamente. Elisa non era ingenua. Generoso significava solitamente disperato, e immediatamente non era mai un buon segno. Tuttavia, il pagamento offerto tre volte quanto avrebbe guadagnato in un mese ordinario era impossibile da rifiutare. Lina necessitava di scarpe nuove. L inverno era alle porte.

 E vi erano debiti accumulati dall ultima infermità che l aveva quasi portata via insieme al marito. Così ella aveva riposto i suoi strumenti, vestito Lina con l unico abito decente che ancora le stesse, e accettato la carrozza che la governante aveva inviato. Il castello impressionava e intimoriva in egual misura.

 Ravincorte era una fortezza militare trasformata in residenza nobiliare mura spesse che avevano retto ad assedi medievali, torri di guardia che ora servivano solo a ospitare i corvi, e un atmosfera di peso storico che faceva sentire piccoli i visitatori. Madre sussurrò Lina, stringendo la mano di Elisa questo luogo pare triste. Elisa si chinò e baciò la sommità del capo della figlia. I luoghi non sono tristi, cara.

 Sono le persone al loro interno a esserlo. Allora le persone qui sono tristi. Prima che Elisa potesse rispondere,la Signora Valenti apparve una donna sulla cinquantina, i capelli brizzolati raccolti in una crocchia severa, un abito nero privo di ornamenti, un volto che pareva aver obliato come si sorride. Signora Thornfield. Puntuale. Apprezzo ciò.

 Ella squadrò Lina con malcelata disapprovazione. La bambina rimarrà nella vostra camera mentre lavorerete. Non le è concesso aggirarsi per il castello. Elisa sentì Lina rimpicciolirsi al suo fianco e strinse la mano della figlia con discrezione un codice che significava sii forte, io ti proteggo. Mia figlia è ben educata, Signora Valenti. Non recherà disturbo. Assicuratevene.

 La governante si voltò e iniziò a camminare. Seguitemi. Vi mostrerò i vostri alloggi e in seguito l atelier dove opererete. Mentre seguivano la governante per gli interminabili corridoi di Ravincorte, Elisa notò qualcosa di inquietante: sussurri. Servitori che confabulavano in angoli d ombra, voci basse che cessavano al suo approssimarsi, sguardi furtivi carichi di qualcosa che pareva timore o un segreto condiviso.

 Ella colse dei frammenti: Recluso nei sotterranei, dicono che non vi sarà nemmeno un giusto processo Lord Carrow è giunto ieri sera, ha assunto il comando come se Povero Duca, è sempre stato retto, e ora. . . Elisa mantenne il volto neutro, ma la mente lavorava alacremente. Il Duca prigioniero? Nel suo stesso castello? Per quale motivo? E chi era Lord Carrow? Gli alloggi a lei assegnati erano modesti ma puliti una piccola camera con due letti stretti, una finestra che dava sulle scuderie, un tavolo da lavoro semplice.

 Nulla di lussuoso, ma Elisa aveva conosciuto di molto peggio. Riposate per un ora ordinò la Signora Valenti. Poi venite all atelier al secondo piano, ala ovest. Vi sono quaranta uniformi che necessitano di riparazioni urgenti. Quando la governante uscì, Lina corse immediatamente alla finestra.

 Madre, guardi! Vi sono i cavalli! Elisa si unì alla figlia e, per un istante, si concesse semplicemente di osservare. Le scuderie di Ravincorte erano mirabili sedici poste, ognuna delle quali ospitava animali di razza pura, dal mantello lucente anche sotto la luce nebbiosa. Ma poi il suo sguardo scivolò oltre le scuderie, seguendo un sentiero di pietra che discendeva verso una struttura bassa, seminterrata.

 L ingresso presentava inferriate di ferro e due guardie di fazione. I sotterranei. Il Duca era laggiù. Lina disse ella dolcemente, inginocchiandosi accanto alla figlia ho necessità che tu sia molto coraggiosa e rimanga qui mentre la mamma lavora.

 Io sono sempre coraggiosa rispose Lina, ma vi era incertezza nei suoi occhi. Lo so. Elisa abbracciò la figlia. E prometto che tornerò presto. Ma devi promettermi qualcosa anche tu. Cosa? Non uscire da questa camera. Qualunque cosa accada. Qualunque cosa tu oda. Rimani qui e. . . Sono già uscita interruppe Lina, così piano che Elisa quasi non udì. Un silenzio greve si installò. Cosa? Elisa afferrò le spalle della figlia, voltandola per guardarla in viso.

 Lina, quando? Ieri sera. Mentre dormiva. Le lacrime iniziarono a formarsi negli occhi della fanciulla. Perdonami, madre, so che avevi ordinato di restare in camera, ma ho udito i servitori parlare e vi era un uomo prigioniero che non aveva fatto nulla di male ed era così triste, e ho rammentato le storie che mi narra e. . . Lina.

 Elisa si sforzò di mantenere la voce calma, sebbene il cuore le balzasse in petto. Dove sei andata? Nei sotterranei. Elisa sentì il sangue gelarsi. Sei scesa. . . nei sotterranei? Dove il Duca è prigioniero? Lina annuì miseramente, le lacrime scorrevano libere ora. Ma non ho fatto nulla di cattivo! Ho solo parlato con lui. Gli ho detto che ella lo avrebbe salvato. Perché ella salva sempre, madre.

Sempre. Elisa chiuse gli occhi, tentando di elaborare. Sua figlia di sei anni aveva interloquito con un Duca imprigionato per accuse di cui ella ignorava la natura. Ciò avrebbe potuto concludersi con l espulsione di entrambe. O peggio. Ma quando Elisa aprì gli occhi e scorse il volto di Lina la colpa frammista a una fede incrollabile, la certezza che sua madre potesse realmente salvare qualcuno qualcosa si mosse dentro di lei. Non ira. Non timore.

 Hai promesso che avrei salvato il Duca? Lina annuì, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. L ho promesso. Elisa trasse un profondo respiro. Allora un sorriso piccolo, quasi invisibile, sfiorò le sue labbra. Allora dovrò onorare tale promessa, non è così? Elisa lavorò nell atelier per tutta la mattinata e parte del pomeriggio, ricucendo strappi nelle uniformi con mani che non tremavano nemmeno quando i pensieri galoppavano.

 Ogni punto era preciso. Ogni rammendo, invisibile. Era una questione di orgoglio personale se doveva fare qualcosa, l avrebbe fatta in modo impeccabile. Tuttavia la mente non si dava pace. Il Duca imprigionato ingiustamente. Le parole echeggiavano, acquisendo peso a ogni ripetizione.

 Ella aveva conosciuto l ingiustizia intimamente la povertà non scelta,il lutto prematuro, le porte serrate in faccia semplicemente per l esser vedova troppo giovane, troppo avvenente, troppo vulnerabile. E se Lina avesse avuto ragione? Se vi fosse stato realmente qualcosa che Elisa potesse fare? Quando la campana del pomeriggio rintoccò segnando la fine del turno, Elisa prese una decisione. Ripose gli strumenti, verificò che Lina dormisse al sicuro in camera e discese. Le guardie nei sotterranei la arrestarono all ingresso.

 Questo luogo è interdetto, signora. Elisa levò il mento, adottando un tono di autorità d imprestito che aveva appreso funzionare se applicato correttamente. Sono la sarta ingaggiata dalla Signora Valenti. Sono stata inviata per verificare se il prigioniero necessiti di riparazioni ai propri abiti. Ordini della governante.

 Era una menzogna assoluta. Ma pronunciata con sufficiente convinzione, sufficiente fermezza, sostenendo lo sguardo. Le guardie si scambiarono sguardi incerti. Non ne siamo stati informati. . . Allora suggerisco che verifichiate con la Signora Valenti. Nel frattempo, attenderò qui al freddo. Elisa incrociò le braccia.

 Ma quando ella scoprirà che il lavoro non è stato compiuto poiché voi avete ostacolato la sarta che ELLA ha assunto. . . La guardia più anziana sospirò. Cinque minuti. E noi resteremo a osservare. Naturalmente. Il sotterraneo era tutto ciò che Elisa immaginava e peggio. Un freddo pungente che mordeva attraverso gli strati di tessuto. Un umidità che rendeva l aria greve nei polmoni. Odore di muffa, pietra bagnata e disperazione accumulata nei secoli.

E allora lo vide. Il Duca di Ravincorte non appariva distrutto. Quella fu la prima sorpresa. Elisa si aspettava di rinvenire un uomo curvo, sconfitto, dallo sguardo vacuo. Invece, scorse una figura eretta, le spalle tese ma non abbassate, occhi grigio scuri che la studiavano con acuta intelligenza e giustificata diffidenza.

 Egli era più giovane di quanto ella immaginasse non aveva più di trent anni. Alto, superava agevolmente il metro e ottanta. Un volto segnato da angoli forti. mascella squadrata con una barba di tre giorni, zigomi prominenti, naso aquilino, una sottile cicatrice che attraversava il sopracciglio sinistro.

 Il genere d uomo che comandava attenzione senza necessità di proferir parola. Ma erano gli occhi a catturare Elisa. Occhi che avevano già visto troppo, sentito troppo, perduto troppo. Occhi che mantenevano il mondo a distanza non per freddezza, bensì per autopreservazione. Sebastiano la studiava a sua volta. E per la prima volta da quando era stato recluso, percepì qualcosa oltre l ira o la disperazione: curiosità.

 La donna dinanzi a lui non era ciò che si attendeva. Elisa era delicata ma non fragile vi era dell acciaio sotto quell apparenza soave. Capelli castano scuri raccolti in una crocchia semplice, un abito blu marino modesto ma impeccabilmente cucito, mani che reggevano la lanterna senza tremolio. Ma era il volto a rapirlo: tratti fini, labbra definite, occhi castano chiari che lo osservavano senza abbassarsi, senza deviare, senza giudicare.

 Dunque ella è la madre disse Sebastiano, con la voce che uscì più rauca di quanto intendesse. Elisa inclinò leggermente il capo. Lo sono. E chiedo ammenda. Mia figlia non avrebbe dovuto venire qui. Ella ha detto che ella sarebbe venuta a salvarmi. Lo so. Ella ha la tendenza a fare promesse grandiose a mio nome.

 E ella? Sebastiano si approssimò alle sbarre, e lo spazio tra loro pareva simultaneamente vasto e insignificante. Anche ella fa promesse grandiose? Elisa sostenne il suo sguardo. Non faccio promesse che non posso onorare, Vostra Grazia. Dunque non ha promesso di salvarmi. Non ancora. La risposta sorprese Sebastiano. Vi era onestà in lei, assenza di quella vuota adulazione che si aspettava da chiunque cercasse di ingraziarselo. Per quale motivo è venuta? Poiché mia figlia ha promesso.

 E quando ella promette qualcosa a mio nome, ho necessità di investigare se sia possibile. E lo è? Elisa compì un passo più vicino, la luce della lanterna ora illuminava entrambi i volti in modo da eliminare le ombre, eliminare le maschere, eliminare tutto eccetto due persone intente a decifrarsi l un l altra. Mi narri cosa è accaduto. Dal principio. E Sebastiano narrò.

 Non perché ne avesse l obbligo egli non doveva spiegazioni a una sarta. Ma perché qualcosa nel modo in cui ella lo guardava, come inclinava leggermente il capo nell ascoltare, come non lo interrompeva nemmeno quando egli esitava nei passaggi difficili. . . qualcosa gli faceva desiderare di essere ascoltato. Parlò di Lord Carrow, il cugino ambizioso che aveva sempre mal digerito il fatto che Sebastiano avesse ereditato il ducato.

Di documenti che improvvisamente erano apparsi sostenendo che il testamento del padre di Sebastiano fosse stato alterato, che le proprietà dovessero passare a Carrow. Di testimoni prezzolati, magistrati possibilmente corrotti,e di una tempesta opportunamente giunta che aveva isolato Ravincorte dal resto del mondo.

 È un colpo perfetto concluse Sebastiano, appoggiandosi alle sbarre. La stanchezza trapelava infine. Egli mi tiene prigioniero per il tempo sufficiente a consolidare il potere, garantirsi alleati, forse persino. . . La voce gli mancò. Fino a cosa? Fino ad assicurarsi che io non esca mai più di qui. Sebastiano la guardò direttamente.

 Le persone muoiono nelle prigioni, Signora Thornfield. Specialmente quando vi sono fortune in gioco. Elisa sentì un brivido percorrerle la schiena che nulla aveva a che vedere con la temperatura del sotterraneo. Egli ucciderebbe un Duca? Egli ucciderebbe un prigioniero opportunamente isolato durante una tempesta. In seguito addurrebbe una malattia, un incidente, persino un suicidio per rimorso.

 Sebastiano rise amaramente. E diverrebbe il prossimo Duca di Ravincorte con le mani relativamente pulite. Un silenzio greve calò. Elisa elaborava, la mente lavorava a una velocità che avrebbe sorpreso chiunque la considerasse solo una sarta abile.

 Dove si trovano i documenti originali? Quelli veritieri? Nella cassaforte principale del castello. Ma solo io possiedo la chiave. Ed ella. . . Sebastiano si toccò il petto, dove avrebbe dovuto esserci la catena con la chiave. Carrow l ha sottratta quando sono stato arrestato. Allora dobbiamo recuperarla. Sebastiano la fissò come se ella avesse suggerito l impossibile. In che modo? Intende semplicemente chiedergliela? No.

 Elisa posò la lanterna al suolo e, con somma sorpresa di Sebastiano, estrasse dalla tasca dell abito un piccolo astuccio di cuoio. Quando lo aprì, rivelò non aghi da cucito, bensì qualcosa di differente: strumenti di metallo sottile, affilati, delicati. Intendo prenderla quando egli non starà guardando. Quelli sono. . . Sebastiano riconobbe gli strumenti.

Grimaldelli? Strumenti di precisione precisò Elisa con tranquillità. Il mio defunto marito era un fabbro prima di farsi soldato. Egli mi insegnò alcune abilità. . . non convenzionali. Sebastiano provò qualcosa tra lo sgomento e l ammirazione. Ella sta proponendo di derubare un Lord? Sto proponendo di recuperare ciò che è stato rubato per primo.

 Elisa richiuse l astuccio e lo ripose nuovamente. Ma prima ho necessità di sapere: Vostra Grazia è disposto a lottare? Poiché io posso scassinare le porte, ma non posso scassinare il coraggio. La provocazione era lieve ma chiara. Sebastiano sentì una scintilla di qualcosa che non avvertiva da giorni: speranza combattiva.

 Signora Thornfield disse egli, e per la prima volta in giorni, un sorriso sfiorò le sue labbra. Piccolo, ma genuino. Io sono nato lottando. Attendevo solo che qualcuno me lo rammentasse. Allora abbiamo un accordo. Elisa tese la mano attraverso le sbarre e, quando Sebastiano la afferrò, la stretta fu ferma, calda e carica di una tensione che nessuno dei due si aspettava.

 Il tocco durò solo pochi secondi, ma fu sufficiente. Qualcosa si mosse nell aria tra loro un riconoscimento mutuo di forza, un rispetto che non chiedeva licenza e un attrazione magnetica che sarebbe stata sconveniente in qualunque circostanza, ma specialmente in questa. Quando Elisa sciolse la mano dalla sua e riprese la lanterna, le dita di Sebastiano ancora formicolavano. Come farà a. . . Non lo chieda.

 Elisa si stava già allontanando. Meno saprà, meglio potrà negare ogni conoscenza se tutto dovesse volgere al peggio. Ma Vostra Grazia. . . Dica? Ella volse lo sguardo indietro e, nella luce tremula della lanterna, Sebastiano scorse una determinazione che avrebbe fatto inchinare i generali. Mia figlia ha promesso che l avrei salvata. E io onoro sempre le sue promesse.

Elisa non dormì quella notte. Mentre Lina riposava, ella sedette al piccolo tavolo da lavoro e pianificò. Il suo potere interiore non risiedeva nella magia né nella nascita privilegiata. Risiedeva nell osservazione. Anni trascorsi a sopravvivere con risorse limitate avevano affinato la sua capacità di scorgere schemi, identificare consuetudini, notare ciò che gli altri ignoravano.

 Durante il giorno, mentre cuciva le uniformi nell atelier, aveva osservato: Lord Carrow alloggiava in una camera dell ala nobile, la terza porta a destra dopo lo scalone principale. Egli scendeva per la cena alle sette precise, sempre accompagnato da due uomini che parevano più guardie che servitori. Egli indossava un panciotto di broccato grigio scuro con una catena d oro trasversale la catena che probabilmente reggeva la chiave della cassaforte.

 Egli aveva l abitudine di bere del vino di Porto dopo cena, trattenendosi nel salone almeno sino alle dieci di sera. Alle dieci e trenta, quando il castello dormiva, sarebbe giunto il momento. Elisa indossò il suo abito più scuro un blu marino così profondo da parere nero sotto la luce fioca fermò i capelli saldamente affinché non cadessero e prese l astucciodegli attrezzi del suo defunto marito.

 Tommaso sussurrò ella all aria vuota, sfiorando la fede semplice che ancora portava perdonatemi se uso le vostre lezioni per qualcosa che probabilmente disapprovereste. Ma sapeva che Tommaso avrebbe compreso. Egli era sempre stato un uomo di giustizia prima che di regole. Ravincorte di notte era un labirinto di ombre. Elisa si mosse con cautela, memorizzando ogni corridoio, ogni porta, ogni ritratto che potesse fungere da riferimento.

 L ala nobile era più sfarzosa tappeti persiani che smorzavano i passi, candelabri d argento alle pareti, porte di mogano intarsiate con i blasoni familiari. La terza porta a destra era serrata. Elisa si inginocchiò, estrasse due sottili attrezzi dall astuccio e iniziò a operare. I suoni erano minimi lievi scatti, metallo che scivolava contro metallo con precisione chirurgica.

 Tommaso le aveva insegnato bene: Le serrature sono come i cuori, Elisa. Non si forzano. Si comprendono. Venti secondi. La serratura cedette con uno scatto soddisfacente. La camera di Lord Carrow era un opulenza ostentata letto a baldacchino con cortine di velluto cremisi, mobili di mogano scuro, tappeti che probabilmente valevano più di tutto ciò che Elisa aveva posseduto in vita sua.

 E sopra il comò, gettata con noncuranza come un rifiuto senza importanza, vi era la giubba di broccato grigio scuro. Elisa attraversò la stanza con passi felpati, afferrò la giubba e iniziò a cercare. Tasche interne. Tasca sul petto. Tasca in vita. Nulla. Ella corrugò la fronte. Dove. . . Allora le sue dita percepirono qualcosa di insolito. Un peso diseguale nella fodera della giubba.

Ella rivoltò il capo e rinvenne: una tasca segreta cucita nella fodera, accessibile solo tramite un punto allentato specifico. Elisa sorrise. Una sarta riconosce il lavoro di un altra sarta. Disfece il punto con precisione, infilò la mano ed estrasse non una sola chiave, bensì tre.

 Chiave della cassaforte principale, chiave dello studio privato e. . . ella esaminò la terza chiave dell arsenale. Ovvio. Egli si sta preparando ad assumere il controllo completo. Elisa ripose le tre chiavi nel proprio abito (che, ironicamente, possedeva anch esso tasche segrete le sarte vi provvedono sempre), ricucì il punto nella fodera della giubba affinché apparisse intatto e ricollocò ogni cosa esattamente dove l aveva trovata.

 Era sul punto di discendere lo scalone quando udì delle voci. Voci che si approssimavano. . . . domattina, dunque. Il magistrato è già stato convinto. Alcuni documenti, alcune monete, e avremo un verdetto favorevole. Era la voce di Lord Carrow. Ed egli stava salendo. Elisa si guardò attorno freneticamente. Non vi era tempo per discendere senza essere scorta.

 Ella si gettò dietro una statua di marmo Apollo con l arco teso e trattenne il respiro. Lord Carrow era un uomo sulla cinquantina, i capelli scuriti artificialmente, baffi cerati in punta, un ventre che tradiva una vita di eccessi. Egli emanava odore di vino costoso e di ambizione rancida. E il Duca? domandò uno degli uomini. Isolato. Fiaccato. Perfetto.

 Carrow rise, un suono sgradevole simile a vetro che stride. Domani, quando il verdetto sarà emesso, avrò l autorità legale per assumere tutte le proprietà. E allora. . . E allora? E allora mio cugino avrà un infausto incidente. Una caduta dalle scale, forse. O del cibo avvelenato recato da una guardia prezzolata. Rapido.

Efficiente. Egli si arrestò dinanzi alla propria porta. E io sarò finalmente ciò che sarei sempre dovuto essere: Duca di Ravincorte. Gli uomini risero, un suono che fece rivoltare lo stomaco di Elisa. Quando le voci infine tacquero dietro la porta serrata, Elisa attese altri cinque minuti interi prima di muoversi.

 Dunque discese le scale con la rapidità che il silenzio consentiva e corse verso i sotterranei. Le guardie notturne erano diverse più giovani, più trascurate. Una quasi dormiva, l altra sfogliava ciò che pareva letteratura discutibile. Vostra Grazia mi ha fatto chiamare mentì Elisa senza esitare. Ha strappato la manica della camicia.

Necessito di ripararla prima che egli si addormenti. La guardia più attenta corrugò la fronte. Nel cuore della notte? I Duchi non si curano degli orari delle sarte. Elisa incrociò le braccia. Desiderate spiegargli domattina perché la camicia non è stata rammendata? Le guardie si scambiarono sguardi, dunque la più giovane si strette nelle spalle. Tre minuti. È tutto. Sufficienti.

Sebastiano non stava dormendo. Come avrebbe potuto? Egli aveva trascorso le ultime ore pensando alla donna che aveva promesso di salvarlo, chiedendosi se fosse stato stolto a crederle, ma incapace di soffocare la scintilla di speranza che ella aveva acceso. Quando scorse Elisa apparire nel corridoio, il suo cuore sussultò in un modo che nulla aveva a che fare con le circostanze e tutto con l espressione trionfante sul volto di lei. Vi sono riuscita sussurròella, avvicinandosi alle sbarre. Le loro dita si incontrarono nuovamente tra i ferri, e questa

volta Sebastiano le strinse saldamente, attirandola a sé per quanto le inferriate consentissero. Le chiavi? Tre di esse. Cassaforte, studio privato, arsenale. In che modo. . . Non lo chieda. Elisa sorrise, un sorriso fiero, vittorioso. Ma abbiamo un problema maggiore.

 Rapidamente, in sussurri urgenti, ella riferì ciò che aveva udito. Il piano di Carrow. Il magistrato corrotto. L incidente pianificato. Il volto di Sebastiano si oscurò a ogni parola, ma non di timore. Di furia controllata. Quanto tempo ci resta? Ore. Egli ha menzionato domattina. Ciò ci concede tempo sino all alba, al massimo. Allora dobbiamo agire ora. Sebastiano la fissò, e vi era qualcosa di nuovo nei suoi occhi.

 Non disperazione. Determinazione assoluta. Elisa, ciò che sto per chiederle è periglioso. Se dovesse fallire, ella potrebbe essere arrestata come complice. Sua figlia potrebbe rimanere sola. Allora non dobbiamo permettere che fallisca. La semplicità della risposta, la fiducia incrollabile, fece contrarre qualcosa nel petto di Sebastiano. Perché ella compie tutto ciò? Ella non mi conosce.

 Non mi deve nulla. Elisa inclinò il capo, studiandolo tra le ombre e la luce tremula. Perché mia figlia ha scorto in ella qualcosa che merita di essere salvato. E ho appreso a confidare nella sua visione. Ella esitò. E perché lo scorgo anch io. Cosa scorge? Un uomo che governa con giustizia. Che tratta i servitori con rispetto.

Che avrebbe potuto scacciarmi quando Lina ha invaso la sua prigione, ma che invece è stato gentile. Elisa strinse le sue dita. E perché alcune lotte meritano di essere combattute, anche quando non sono le nostre. Sebastiano sentì qualcosa infrangersi dentro di lui qualche barriera che aveva mantenuto eretta per anni, qualche muro che proteggeva il suo cuore dal sentire troppo.

 E in quel momento, con le dita di Elisa intrecciate alle sue tra le sbarre di ferro, egli seppe qualcosa con assoluta certezza: questa donna era un pericolo. Non perché minacciasse la sua vita, bensì perché minacciava di farlo sentire nuovamente. Minacciava di fargli credere che esistesse la bontà genuina n

el mondo. Minacciava di farlo. . . Elisa disse egli, con voce rauca quando usciremo di qui. . . quando tutto ciò sarà terminato. . . Prima dobbiamo uscire di qui. Ma ella sorrideva, ed era un sorriso che prometteva conversazioni future, possibilità non ancora esplorate. Ora, ascolti il piano. Il piano era rischioso. Folle, forse. Ma era l unica opportunità. Elisa avrebbe usato le chiavi per accedere allo studio privato di Sebastiano e recuperare i documenti originali che comprovavano la sua legittima eredità.

In seguito avrebbe recato tali documenti direttamente al Magistrato Regionale ignorando completamente Lord Carrow e la sua rete di corruzione ed esigendo un udienza basata su prove nuove e irrefutabili. Il problema? Il magistrato alloggiava nell ala degli ospiti. La medesima ala dove Carrow manteneva i suoi uomini. Ella non può andare sola insistette Sebastiano per la quinta volta.

Non posso condurre ella con me. Ella è prigioniero. Elisa verificava mentalmente ogni passo del piano. Ma possiedo un alleato inaspettato. Chi? Elisa sorrise misteriosamente. Mia figlia. E tutti i servitori che ella ha trattato con onestà durante anni di giusto governo. Si scoprì che Lina, durante le sue incursioni non autorizzate nel castello, aveva stretto amicizia con metà della servitù.

E tali servitori, quando Elisa domandò discretamente, confermarono qualcosa di cruciale: il Duca era sempre stato un uomo retto. Corrispondeva salari dignitosi. Mai aveva alzato le mani su alcuno. Rispettava anche i più umili. E tutti sappiamo disse la cuoca capo, una donna robusta di sessant anni che Lord Carrow è una serpe.

 Se egli dovesse assumere il comando, le nostre vite diverrebbero un tormento. Fu così che si formò un alleanza improbabile: una sarta vedova, una bambina di sei anni e quindici servitori fedeli al vero Duca. Il piano fu attivato alle sei del mattino. Lo studio di Sebastiano era ordinato ossessivamente. Ogni libro allineato. Ogni carta catalogata.

E la cassaforte celata dietro il ritratto di suo padre si aprì con uno scatto soddisfacente quando ella fece ruotare la chiave. All interno: non oro, non gioielli, bensì documenti. Il testamento originale dell undicesimo Duca. Certificati di proprietà con i sigilli della Corona. Lettere di nobili che confermavano la stirpe di Sebastiano Ashford.

Tutto ciò che Carrow sosteneva non esistere o essere stato alterato. Elisa prese tutto, arrotolò saldamente i documenti e li celò sotto la propria gonna (tasche segrete, sempre preziose). Ciò sarebbe stato più arduo. Il Magistrato Regionale, Gran Giudice Pemberton, era un uomo di settant anni con la reputazione di incorruttibile. Il problema.Carrow certamente aveva già approntato testimoni ed evidenze mendaci. Elisa doveva giungere per prima.

 Si trovava a tre porte dalla camera degli ospiti quando una voce alle sue spalle disse: Signora Thornfield. Che interesse rinvenirla qui. Elisa s irrigidì. Si voltò lentamente. Vostra Signoria. Elisa mantenne la voce ferma. Ero soltanto. . . Derubando? Carrow si approssimò, ed Elisa si sforzò di non indietreggiare. Sì, me ne avvedo.

 Ella credeva che non avrei notato la sparizione delle mie chiavi? Credeva che io non avessi spie atte a osservare ogni movimento in questo castello? Non comprendo di cosa stia parlando. No? Egli fece un cenno e uno degli uomini avanzò, afferrando il braccio di Elisa con forza dolorosa. Allora non le rincrescerà se provvederemo a perquisirla. Il cuore di Elisa balzò.

 Se avessero trovato i documenti. . . Fu allora che la porta adiacente si spalancò e Lina uscì di corsa, con le lacrime che le rigavano il volto. Madre! Madre, ho avuto un incubo ed ella non era lì e. . . La fanciulla si lanciò contro le gambe di Elisa, abbracciandola con forza disperata. Carrow e i suoi uomini si arrestarono, momentaneamente sorpresi. Portate via quella bambina ordinò Carrow.

Lina, torna in camera disse Elisa fermamente, ma le sue mani erano occupate a confortare la figlia. No! Lina si aggrappò più forte. Non bramo restare sola! E allora, con un movimento così rapido che nessuno scorse, le piccole dita di Lina scivolarono nella tasca segreta della gonna di Elisa, afferrarono qualcosa e lo celarono sotto il proprio abito. Ottimo disse Carrow. Allora perquisiamole entrambe.

Fu allora che una nuova voce tagliò l aria: Perquisire chi, esattamente? Tutti si voltarono. In fondo al corridoio, appena uscito dalla sua camera, apparve il Gran Giudice Pemberton una figura imponente malgrado i suoi settant anni, capelli argentati, occhi azzurri penetranti, la toga da giudice parzialmente indossata sopra le vesti da notte.

 Eccellenza! Carrow lasciò immediatamente la presa su Elisa e si inchinò. Chiedo venia per il disturbo. Soltanto la gestione di un piccolo. . . incidente di sicurezza. Un incidente che coinvolge una donna e una bambina inermi? Pemberton si approssimò, studiando la scena. Ciò mi pare eccessivo, Lord Carrow. È che. . . ella. . . Carrow cercava le parole. Elisa prese la decisione. Se doveva cadere, sarebbe caduta lottando.

 Eccellenza disse ella, con voce chiara e forte chiedo un udienza ufficiale basata su prove cruciali relative al caso del Duca di Ravincorte. Pemberton inarcò un sopracciglio. È forse un avvocato? Sono una sarta. E una testimone. E la portatrice di verità che necessitano di essere udite. Ella non ha l autorità per. . . Silenzio.

 Pemberton levò la mano e Carrow tacque immediatamente. Il magistrato studiò Elisa per un lungo istante. Ella comprende che muovere false accuse dinanzi a un Magistrato della Corona è un crimine punibile con la reclusione? Lo comprendo. E sono disposta a rischiare. Molto bene. Pemberton si volse a Carrow. Convochi l udienza. Ora. Nel salone principale.

Tutti gli interessati dovranno essere presenti. Incluso il Duca conducetelo qui dai sotterranei. Ma Eccellenza, il protocollo. . . Io SONO il protocollo. La voce di Pemberton era acciaio freddo. E quando una sarta dimostra più coraggio di un Lord, sospetto che la verità risieda dal lato inaspettato. Sebastiano fu condotto ancora in catene un insulto calcolato da Carrow per mantenere le sembianze del colpevole.

 Ma quando i suoi occhi incontrarono quelli di Elisa attraverso il salone, ella scorse non la sconfitta, bensì una speranza feroce. Lina sedeva in grembo ad Elisa, ancora traumatizzata dall incubo, avvinta alla madre. E sotto l abito infantile, celati con perfezione, vi erano i documenti. Cominciamo dichiarò Pemberton. Lord Carrow, esponga la sua accusa. Carrow si alzò, la sicurezza ripristinata. Aveva trascorso la mattinata a prepararsi. Possedeva prove. Possedeva testimoni.

 Per venti minuti, espose un caso meticolosamente costruito: documenti asseritamente falsificati da Sebastiano, testimoni che avevano visto il Duca alterare i registri, periti ingaggiati che attestavano l invalidità del testamento originale. Era una recita convincente. Così convincente che Elisa provò un timore genuino.

 E dunque concluse Carrow come erede legittimo per linea collaterale, sollecito che tutte le proprietà e i titoli vengano trasferiti immediatamente alla mia persona. Pemberton annotò qualcosa, dunque guardò Elisa. Signora Thornfield. Ella ha chiesto udienza. Cosa ha da presentare? Elisa si alzò, Lina ancora tra le sue braccia. La fanciulla sussurrò: Ora, madre? Ora.

 Lina permise a malincuore che Elisa la mettesse in piedi e, nel processo, i documenti scivolarono dalla fanciulla alla madre con la discrezione nata da notti trascorse a esercitarsi per le storie. Elisa srotolò i fogli. Eccellenza, presento i documenti originali.Il testamento autentico dell undicesimo Duca.

 Certificati di proprietà con i sigilli della Corona che possono essere verificati. Corrispondenza di tre duchi confinanti che confermano la stirpe di Sebastiano Ashford. Menzogne! esplose Carrow. Ella ha rubato quei documenti! Io. . . Ella COSA? Pemberton si volse a lui. Come farebbe a sapere che ella li ha rubati se aveva asserito che non esistevano. Un s

ilenzio di tomba calò. Carrow comprese l errore troppo tardi. Io. . . intendo dire. . . ho presunto che. . . Ha presunto che documenti che ella sosteneva essere falsi o inesistenti in verità esistessero e si trovassero dove ella potesse accedervi? Pemberton si alzò, e l autorità che emanava fece arretrare persino gli uomini di Carrow. Interessante contraddizione, Lord Carrow. Eccellenza continuò Elisa vi è altro.

 Nelle ultime ore, ho interloquito con quindici servitori di questo castello. Tutti testimoniano che Lord Carrow è entrato e uscito dallo studio privato del Duca durante l ultima settimana. Tutti lo hanno visto in possesso di chiavi che solo il Duca avrebbe dovuto detenere. Menzogne di servi fedeli all impostore! Carrow stava perdendo il lume della ragione. I servi hanno meno da guadagnare dalle menzogne rispetto ai Lord ambiziosi.

 Pemberton esaminò i documenti che Elisa aveva presentato, confrontando i sigilli con i registri ufficiali che aveva recato con sé. Questi sono autentici. Posso confermarlo dai sigilli della Corona. Carrow si aggrappò all ultimo filo di speranza. Ella è solo una sarta! Non ha alcuna autorità! Non ha. . . Ella possiede il coraggio. Nuova voce echeggiò nel salone. Tutti si volsero.

 Una donna entrava nel salone, e la sua presenza comandava un attenzione che nessun titolo avrebbe potuto acquistare. Alta, con una postura eretta che faceva apparire le regine comuni, una cappa scura sopra un abito di seta argento, i capelli argentei raccolti in un acconciatura elegante. Ma erano gli occhi a dominare castano chiari, esattamente simili a quelli di Elisa, ma con decenni di sapienza e potere accumulati. Madre sussurrò Elisa.

 Nonna! Lina corse attraverso il salone e si gettò tra le braccia della donna. Lady Ashford accolse la nipote con un braccio, baciandole la fronte, mentre camminava verso Pemberton con un autorità che costrinse il magistrato medesimo ad alzarsi in segno di rispetto. Lady Ashford Pemberton si inchinò. Non ci attendevamo. . . Chiaramente.

 Ella depose Lina al suolo gentilmente e si volse al salone. Chiedo ammenda per l ingresso drammatico, ma ho ricevuto un messaggio urgente da mia nipote. Ella guardò Lina con tenerezza. Ella ha scritto: Nonna, la mamma sta compiendo qualcosa di periglioso e coraggioso. Per favore, venga nel caso ne avessimo necessità.

 Sebastiano guardava tra Elisa e Lady Ashford, con la mente che elaborava a velocità record. Lady Caterina Ashford era una leggenda vivente. Mediatrice di crisi tra la Corona e la nobiltà. La donna che aveva salvato tre ducati dalla bancarotta, risolto dispute che avevano quasi causato una guerra civile, e che possedeva l ascolto del Re medesimo.

 Ella non possedeva il titolo per matrimonio era vedova ma possedeva qualcosa di più prezioso: il rispetto universale. Ed era la madre di Elisa. Ora Lady Ashford si volse a Carrow con uno sguardo che avrebbe potuto recidere l acciaio intendo che ella ha tentato di incriminare il Duca di Ravincorte con accuse fabbricate. Intendo che ella ha minacciato mia figlia.

 E intendo che ella ha posto mia nipote in pericolo creando un atmosfera di violenza in questo castello. Carrow indietreggiò. Non sapevo che ella fosse. . . che ella. . . No. Ella non lo sapeva. Lady Ashford si approssimò a lui come un predatore che circonda la preda. Ella ha presunto che una sarta vedova sarebbe stata indifesa.

 Ella ha presunto di poter manipolare la giustizia senza conseguenze. Ella ha presunto in modo errato. Ella si volse a Pemberton. Eccellenza, come testimone personale, posso confermare di conoscere il carattere di Sebastiano Ashford. Egli è un uomo d onore. Questi documenti che mia figlia ha presentato sono autentici. E chiedo che ella consideri non soltanto le prove fisiche, bensì il fatto che un uomo veramente colpevole non ispirerebbe una tale lealtà nei servitori né l attrazione di donne dai principi incrollabili. Elisa arrossì violentemente. Pemberton guardò tra Lady Ashford, Elisa, i documenti e

Carrow. Lord Carrow disse egli infine ella è in stato di arresto per fabbricazione di prove, tentativo di usurpazione di titolo e cospirazione contro un nobile della Corona. Guardie, traetelo in arresto. Quanto al Duca di Ravincorte Pemberton si volse a Sebastiano ogni accusa è considerata falsa e infondata. Ella è libero. Le catene, per favore.

 Quando le catene caddero, Sebastiano si massaggiò i polsi, ma i suoi occhi erano fissi su Elisa. Sebastiano Ashford disse Lady Ashford, ed egli infine la guardò mia figlia ha rischiato molto per ella. Spero che ella ne siadegno. Intendo trascorrere il resto della vita a dimostrare di esserlo, Lady Ashford. Ottimo. Poiché se dovesse ferirla, affronterà qualcosa di molto peggio della prigione.

 Madre! reagì infine Elisa, con la mortificazione e qualcosa di più caldo che si fondevano sul suo volto. Lady Ashford sorrise il primo sorriso genuino che avesse offerto e baciò la fronte della figlia. Ella è stata coraggiosa, mia cara. Suo padre ne sarebbe fiero. Guardò Lina. E tu, piccola, sei stata più astuta di dieci spie.

 Ho scritto alla nonna ieri, sulla carta che ho preso in prestito dallo studio raccontò Lina con orgoglio. Ho chiesto allo stalliere di recare la missiva in fretta. Elisa chiuse gli occhi, tra il riso e il pianto. Voi due finirete per uccidermi. No disse Sebastiano, attraversando finalmente il salone sino a giungere a pochi passi da Elisa.

 La sua voce era bassa, destinata unicamente a lei. Esse ci hanno salvato. Tutte e tre. Elisa guardò verso l alto, rinvenendo i suoi occhi non più oscurati dalla disperazione, bensì illuminati da qualcosa che le fece balzare il cuore. Vostra Grazia. . . Sebastiano corresse egli. Semplicemente Sebastiano.

 Se dobbiamo ricominciare dal principio, preferisco che non vi siano titoli tra noi. Sebastiano ripeté ella, e il nome sulle sue labbra era una promessa. Elisa disse egli, e non era una domanda, bensì una dichiarazione io erravo. In merito a cosa? Nel credere che le prigioni abbiano sempre i ferri. Alcune sono edificate sull orgoglio, sulla solitudine, sul rifiuto di confidare. Ella non ha soltanto spalancato la porta della cella.

 Ella ha aperto porte che io tenevo serrate da anni. Elisa sentì le lacrime bruciare, ma non permise loro di cadere. Non ancora. E dunque, cosa faremo ora? Sebastiano tese la mano. Ricominciamo. Senza sbarre tra noi. Senza segreti. Senza nulla se non la verità.

 Quando Elisa ripose la mano nella sua, non fu attraverso il ferro. Fu una scelta libera. E quando egli la trasse a sé, non fu improprio, bensì inevitabile. Sua figlia ha promesso che ella mi avrebbe salvato sussurrò egli. E io onoro sempre le sue promesse. E se io promettessi qualcosa in cambio? Dipende dalla natura della promessa. Prometto che trascorrerò ogni giorno a dimostrare di meritare il suo coraggio.

 Che avrò cura di ella e di Lina come se foste più preziose di qualunque ducato. Che io. . . Elisa premette le dita contro le labbra di lui, mettendolo a tacere. Non occorre che ella prometta tutto in una volta. E se lo desiderassi. Allora ella sorrise, ed era un sorriso che prometteva futuri cominci con una cosa semplice. Quale? Cena. Domani. Non in veste di Duca e sarta. Soltanto come Sebastiano ed Elisa.

Egli rise un suono profondo, ricco, genuino che tutti nel salone poterono udire. Ciò posso prometterlo. Nonna, ciò significa che abiteremo al castello? Lady Ashford guardò la nipote con tenerezza. Dipende da tua madre, cara. Lina guardò Elisa, speranzosa. Elisa guardò Sebastiano.

 Sebastiano ricambiò lo sguardo come se ella fosse la risposta a domande che egli nemmeno sapeva di avere. Vedremo disse infine Elisa. Una cosa alla volta. Ma quando Sebastiano intrecciò le sue dita alle proprie, entrambi sapevano che una cosa alla volta avrebbe condotto, infine, al tutto. Le nozze tra Sebastiano Ashford, Duca di Ravincorte, ed Elisa Valeri ebbero luogo in un giorno di maggio, quando il mondo intero pareva in fiore.

 Lina fu la damigella un abito bianco con ricami che la madre medesima aveva cucito, una corona di fiori selvatici tra i capelli, un sorriso che illuminava il salone. Lady Ashford accompagnò Elisa sino all altare, con lacrime d orgoglio negli occhi. E quando Sebastiano scorse Elisa approssimarsi un abito semplice ma perfetto, senza velo poiché ella non era il genere di donna che si nasconde, con gli occhi che incontravano i suoi con fiducia assoluta egli seppe che tutte le prigioni che aveva affrontato erano esistite solo per condurlo a questo istante. Prometto disse egli, senza attendere il sacerdote di onorarla.

Di proteggerla. Di amarla. E di prestare sempre fede quando sua figlia farà promesse a suo nome. Elisa rise tra lacrime di felicità. E io prometto di ricucire ogni parte di ella che il mondo tenterà di lacerare. Sempre. Il bacio ebbe per testimoni centinaia di anime nobili, servitori, abitanti del borgo, tutti accorsi per celebrare un unione iniziata nelle più improbabili delle circostanze.

E quando si sciolsero, Lina gridò dalla prima fila: L avevo detto! Avevo detto che la mamma salvava! L intero salone esplose in risa e applausi. Sebastiano prese Lina in braccio, stringendo a sé madre e figlia. Avevi ragione, piccola. Tua madre salva. Salva ogni cosa e ogni persona. Ora sei il mio papà? Sebastiano sentì un nodo alla gola. Se tu lo desideri.

Lo desidero. Perché le famiglie che si salvano restano insieme per sempre. Elisa li abbracciò entrambi, e Sebastiano seppe che quello era il vero potere. Non i titoli. Non le terre. Mal amore che sceglie di salvare, che sceglie di credere, che sceglie di edificare un focolare persino sopra fondamenta di ferro e timore.

 Quella notte, mentre danzavano al ballo Lina ormai addormentata tra le braccia di Lady Ashford Sebastiano sussurrò all orecchio di Elisa: Grazie. Per aver onorato la promessa. Quale di esse? Specialmente quella che non ha proferito a voce alta. E quale sarebbe stata? Sebastiano arrestò la danza, le prese il volto tra le mani. La promessa che non sarei più stato solo.

Mai più. Elisa sorrise. Quella la onorerò per il resto della vita. E così fece.