Lo scandalo Signorini Gate ha scatenato un acceso dibattito

L’avvoltoio deve smetterla di averla vinta

di Vittorio Feltri

In natura l’avvoltoio svolge una funzione persino utile: ripulisce l’ambiente dalle carogne. Nelle vicende umane, però, accade talvolta l’opposto. La carogna diventa l’avvoltoio stesso. Vive di ciò che è già ferito, si nutre del sospetto come fosse carne fresca.

Nel caso che riguarda Alfonso Signorini, l’avvoltoio non è soltanto chi attacca, ma anche il coro che gracchia intorno, compiaciuto. La decisione di Signorini di allontanarsi dai social e di autosospendersi temporaneamente da Mediaset non nasce da un’ammissione di colpa, bensì dal rifiuto di partecipare a questo banchetto mediatico. È un gesto raro in un tempo in cui l’istinto prevalente è restare in scena a ogni costo. Qui accade il contrario: ci si sottrae al frastuono.

Non sorprende che tutto parta da Fabrizio Corona. Da anni ha fatto professione di rivelatore dell’intimità altrui. Vive di allusioni, di fango, di sospetti lanciati come esche: qualcosa resta sempre attaccato, anche quando è falso. Il suo format non si chiama a caso Falsissimo: una bandiera piratesca che pretende di giustificare qualsiasi assalto, persino lo sbudellamento simbolico degli innocenti, pur di trascinare tutti nel proprio letamaio.

Ma il problema non è soltanto Corona. È l’ecosistema mediatico che lo accompagna: spesso compiaciuto, talvolta pigro, quasi sempre irresponsabile. Invece di verificare si rilancia, invece di distinguere si amplifica. La reputazione altrui diventa un bene usa e getta.

Conosco Corona da tempo. Quando anni fa fu sbattuto in galera con una severità che giudicai inusitata, lo difesi. Non sopporto le bastonature pubbliche, nemmeno quando il bersaglio è antipatico. Ma proprio per questo oggi non posso tacere. Corona ha scelto di diventare il personaggio che gli altri dipingevano e ora colpisce senza riguardo, confidando nel fatto che il sospetto faccia sempre più rumore della smentita.

La scena si è rovesciata: l’accusatore diventa giudice, il sospetto diventa sentenza. Le lamentele di aspiranti concorrenti respinti si trasformano in sistema. Delusi pronti alla vendetta mediatica pur di ottenere, a posteriori, la visibilità mancata. Un copione vecchio, ma ancora efficace.

Signorini, in tutto questo, ha fatto una cosa semplice e oggi quasi rivoluzionaria: si è fermato. Difenderlo non significa difendere un programma televisivo, ma un principio elementare: non si può essere ostaggi di chi usa la notorietà come un randello, contando sul fatto che l’ombra faccia sempre più rumore della luce.

C’è poi una responsabilità che riguarda anche noi, i colleghi. Smettiamola di comportarci come avvoltoi di seconda mano, che si nutrono degli avanzi dell’avvoltoio capo. L’informazione non è una discarica. Il giornalismo, se vuole ancora chiamarsi tale, deve saper dire di no.

Difendere Signorini oggi non è un atto di amicizia né di corporazione.
È un atto di igiene civile.